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as long as you stay


Maximilian Lee sostiene che sono le nostre azioni a definirci, e Rebecca King sa di essere pericolosa perché nella vita non ha fatto che prendere decisioni rischiose. Il viaggio in elicottero sembra non finire mai e lo fa tutto in apnea, per essere sicura di non disturbare il respiro di Lucas con il proprio. Ogni tanto i macchinari suonano in maniera inusuale e ogni allarme che ha in corpo inizia a farle contorcere le viscere. Le viene da vomitare ogni volta che la possibilità di perderlo tra Philadelphia e New Orleans si fa più consistente, finché nello stomaco non le rimangono solo la bile e un terrore cieco. Ha lasciato ogni cosa, ma l'ha fatto abbastanza rapidamente? Ha perso tempo? Avrebbe dovuto ascoltare Spencer Queen? Ha trovato fiducia liquida nell'ultimo sguardo che Lucas è riuscito a offrirle prima di piombare nel sonno chimico, ma se la meritava? Sta per ucciderlo?

Connor McGallaghan salverà gli Stati Uniti d'America dalla catastrofe nucleare e mesi prima le chiese, in un locale fumoso con la musica troppo alta: da quanto tempo esiste questo Lucas? Lucas esiste da prima di lei ed esisterà dopo di lei, l'ha sempre pensato: è bravo a evitare il pericolo almeno quanto lei è capace di incassarlo, è bravo a ragionare sulle cose esattamente quanto lei è brava a placcarle di peso, è bravo a prendere la mira almeno quanto lei è brava a sparare due volte. Morire per primo è una vigliaccheria che non gli si addice.

Il cuore smette di battergli per la terza volta in ventiquattro ore mentre l'elicottero sta calando sul tetto dell'ospedale. Una pletora di barellieri, medici e infermieri lo spingono correndo in rianimazione, mentre lei li segue col cuore in gola e inciampa su ogni parola che vorrebbe dire, cerca di scavalcarli, di rimanergli vicino, e finge di non sentirci quando un infermiere la spintona lontana e, pieno di frustrazione, chiede chi ha avuto la fottuta idea di spostarlo? Prova a entrare nella sala di rianimazione con lui, ci vogliono due persone per trattenerla fuori mentre lei si agita, si solleva, urla minacce e si sporge per vedere il suo petto sussultare delle cariche elettriche che gli bruciano la pelle nel tentativo di fargli ripartire il cuore. Confusa, non si rende quasi conto che la sua famiglia è lì. Che l'unico fratello che le rimane sta chiedendo agli infermieri di farli passare e che sua nonna le poggia un palmo tiepido sulla nuca, chiedendole basta. Basta, Rebecca King. Ne dichiarano il decesso alle sedici e diciotto in punto. 

Non ho mai voluto una donna quanto voglio te. E non ho mai amato una donna, quanto amo te.

I medici se ne vanno, seguiti da infermieri convinti a lasciare la famiglia da sola dai singhiozzi increduli di una donna che poco tempo fa era tra i capi della più importante agenzia federale del Paese. Si lascia scivolare all'indietro mentre geme come una bestia da caccia appena catturata in una tagliola, e se non cade a terra è solo perché Andre le preme il proprio petto contro la schiena e le circonda le spalle con le braccia. Le lacrime non le fanno vedere niente, ma va bene così: non vuole vedere. Non vuole vedere sua madre che si avvicina alla barella con la pacifica calma che nulla è mai riuscito a sottrarle, neanche la morte dei suoi stessi figli. Non vuole vederla fare un cenno ad Andre, e non vuole vedere Lucas - soprattutto Lucas -. Per cui quando Andre la trascina verso di lui, piange di lasciarla andare. Dice che non vuole, dice che non voleva, e mentre un terremoto le scuote il petto impedendole di respirare dice sono arrivata tardi, ma', volevo arrivare prima, sono arrivata tardi, perdonami, perdonami, perdonami. Si agita e si batte anche quando Andre le prende i polsi e li consegna a Tyonda King. 

Lei glieli bacia, entrambi. Su uno c'è scritto "Jamal", sull'altro "Tariq". Lutti in fila, lutti simmetrici. Le conduce i palmi sul petto nudo di quello che è stato suo marito fino a un attimo fa, e glieli tiene fermi mentre Rebecca scivola in ginocchio vicino alla barella, con il capo abbassato e neanche lo spazio per un respiro nei polmoni. Andre la costringe a rialzarsi, mentre Justine, sua nonna, le passa le dita sulle tempie sudate e tra i capelli intrecciati. Sua madre sospira a fondo. Aspetta con la pazienza dei santi, Attende che la rabbia lasci il posto a una disperazione sedimentata. Che la polvere si adagi sul terreno. Rimane dritta come una quercia, mentre sua figlia rimane piegata su se stessa, spezzata da un vento più forte di lei. 

"Rebecca", la chiama piano, con una dolcezza tiepida. "My child, my love. Sei al sicuro. Sarete al sicuro."

Alle sedici e ventidue un'ombra di colore si affaccia su zigomi immobili. Una promessa.


water


«Se muoio, saranno fatti miei.»

- - -

Anni prima, Tariq le diceva qualcosa di non troppo diverso. Non a voce, ma con l'arroganza dei delinquenti da due soldi del loro quartiere. Col petto in fuori e l'aria di un pitbull sempre pronto ad attaccar briga. In questo, il ragazzino è leggermente diverso: non risponde. Quando Rebecca prendeva a schiaffi e spintoni suo fratello, suo fratello prendeva a schiaffi e spintoni lei. Andre li divideva e Jamal li guardava da lontano, scuotendo la testa (già allora si sentiva migliore di tutti loro, destinato a cose più grandi che non fossero rimanere incastrato a Magnolia per il resto della sua vita).

- - -

« Wake - the fuckin' - up. Su questa strada non sei niente, sei una vittima del sistema, un topolino rimasto schiacciato dagli ingranaggi. Sei nella catena di montaggio. Questa è la catena di montaggio. Non la stai mettendo in culo ai potenti, ragazzino, stai chinando la testa e facendo il gioco di chi ti ha messo nelle condizioni di fallire. E sarai l'ennesimo poveraccio che non avrà avuto la forza di tirarsene fuori.»
- - -

Non è che solo perché a te è andata bene, le aveva detto Tariq, vuol dire che può andare bene a tutti... guarda come è andata a Jamal. Io qua ci vivo, non come te che sei scappata mollando tutti. Poi chi resterà con ma' e la famiglia, ci hai pensato? 'Dre e la merda che si cala? 'Dre che non si sa quando esce? Che cazzo di ipocrita: tu ti sei arricchita e vuoi impedirmi di fare i soldi buoni nell'unico modo che conosco. Well, try 'n stop me: non puoi. Perché non sei più qui. Non ci sei da un sacco di tempo.

- - -

Lucas le ha detto che lui avrebbe sparato alle gambe. Non ha voluto spiegargli di come ogni cosa alla periferia dello sguardo e della mente le si offuschi non appena prende la mira. Le hanno insegnato a causare il massimo danno nel minor tempo possibile, e quella memoria ce l'ha ancora nei muscoli, anche se prova a cancellarsela dalla mente. Gli ha detto di volere dei figli, però. Se sopravviveranno. Se un suo ennesimo errore non causerà la distruzione di metà paese. Tutte le notte sale sul tetto del building, si siede sul bordo e pensa tutto questo potrebbe non esserci domani. E lo ripete a bassa voce, per sentire come suona. Tutto questo potrebbe non esserci domani. Ma a differenza di tutte le altre notti, questa volta si sporge appena di più. Non serra i muscoli, e si lascia scivolare in avanti. Nel vuoto.

- - -

A otto anni si nascose dietro la porta socchiusa del soggiorno di casa loro nonostante loro nonna Justine avesse spedito tutti nelle loro stanze. Era abbastanza grande da sapere che Batiste fosse disperso dopo l'uragano, ma non abbastanza da sapere cosa volesse dire. Pensava soltanto che fosse perso, che non riuscisse a ritrovare la strada. Immaginava il padre biologico di Tariq - che li aveva accolti tutti quanti come fossero figli suoi - vagare confuso nella New Orleans distrutta, senza riuscire a ritrovare la strada di casa, orfano di tutti i punti di riferimento lavati via dalla corrente. Tyonda piangeva sul bordo del divano, dicendo che l'avevano ritrovato nelle celle allagate della stazione di polizia, con i polsi stretti dietro la schiena, i polmoni pieni d'acqua e sul viso gonfio di morte punti più morbidi, più cedevoli, tumefazioni che nessun coroner avrebbe analizzato. Tyonda singhiozzava che era colpa sua e Justine le asciugava le lacrime, ricordandole che non potevano proteggere tutti quanti. Arriva il giorno, disse Justine, in cui devi scegliere.

- - -

A differenza di un proiettile, più si avvicina a destinazione, più prende velocità. Il viso di Sheridan Hoover si confonde già nella sua memoria: dimentica presto le persone che lascia voltando loro le spalle. Un pezzo alla volta, si sempre più isolata. Assediata dalla cattiva fortuna, con la schiena contro il muro. Questo potrebbe confessarlo a Dana, o è meglio che non lo sappia? Questo senso di fine imminente, di un destino avverso già scritto nella pietra. Apre il mantello-aliante all'ultimo momento utile, lo strattone verso l'alto le disloca una spalla che poi chiederà a Tremaine di rimetterle a posto prima di tornare a casa. L'adrenalina non le fa nemmeno sentire il dolore per tutto il tempo che è in aria.

- - -

Questa casa è sicura, le disse sua madre quando aveva otto anni. Sarete al sicuro, finché rimarrete in questa casa. Lei era una bambina e ci credette, ma salì ugualmente sul tetto, di nascosto, nonostante Justine li volesse tutti nelle loro stanze. Sotto l'uragano, vide sua madre sollevare le braccia con i palmi offerti alle onde minacciose, bracci irregolari del Mississippi che una diga fragile non aveva saputo contenere, a cui non aveva saputo resistere. Ricorda sua madre muovere le labbra, ma non ricorda cosa stesse dicendo. Una cantilena, o forse una preghiera. Ricorda lo spavento di temerla trascinata via, e poi come il fiume d'acqua che l'aggrediva di biforcò di fronte a lei, lambendole l'orlo degli abiti e poi allargandosi sempre di più, lontano dalle fondamenta del loro palazzo. Del loro intero blocco. Ricorda la voce di sua madre più forte, ma non ricorda cosa stesse dicendo. Una promessa, o forse una minaccia. I suoi figli sarebbero stati al sicuro, finché sarebbero rimasti in quella casa. Ma prima o poi l'avrebbero lasciata. Prima Jamal, poi Tariq. Presto Rebecca King. Uno a uno, l'acqua li avrebbe trovati. E sarebbe riuscita a trascinarseli via.

knock-down-drag-out



Ma respira?

I medici dicono di sì, ed è l'unica cosa che possono dirle. E' arrivata dalla palestra del Building, senza neanche passare dalle docce, e indossa la bomber jacket a fiori direttamente sopra la canottiera. La stanza in cui l'hanno portato è singola, vuota. Ha pensato di andare sul posto, al Cimitero, ma i suoi uomini ci sono già, Lucas c'è già. Non poteva neanche rimanere ferma, però. Nell'accostarsi al letto di Maximilian Lee, si sente un'intrusa. Forse dovrebbe andare, ma non vuole lasciarlo solo. Mi può sentire? ha chiesto in corridoio. Probabilmente no.

Si siede. Non vorrebbe, ma stando in piedi le sembra di sovrastarlo, e non vuole incombere come si fa sulle bare aperte dei morti, esposte. Come si fa con i cadaveri: è bianco come un cadavere, immobile come un cadavere, ma deve rifiutare di pensare a lui in quei termini. Respira. A volte respirare è abbastanza.
"Mi dispiace, Lee. La gente dovrebbe essere viva o essere morta. Queste vie di mezzo sono l'inferno."
Lo mormora. Pensava che parlare a un comatoso l'avrebbe fatta sentire stupida, ma dire quelle cose ad alta voce ha un effetto stranamente catartico. Liberatorio. E' ciò pensava quando nessuno sapeva dire con precisione se Lucas sarebbe mai tornato a muoversi: che morire sarebbe stato meglio di scoprire il proprio corpo come una prigione con sbarre fitte. Inscalfibili. Si era scoperta a pensare con risentimento al futuro da badante che l'avrebbe aspettata, al fianco di un uomo infelice e immobile che non avrebbe avuto il coraggio di lasciare. Quando ricorda quelle sensazioni, va a cercare una fede all'anulare di Maximilian. Anche lui ha qualcuno che penserà le stesse cose? O forse quel qualcuno sarà una persona migliore di quanto non sia stata lei? 
"E' questa città. Non ho mai rischiato la vita così tanto che in questa città. Nei reparti speciali dell'esercito ci sono regole, calcoli. Sai cosa accadrà o puoi prevederlo con una discreta approssimazione. Ma combattere contro queste cose-- non ci sono regole. Vale tutto e il contrario di tutto. E questo lavoro..."
Serra le labbra. E questo lavoro? Quando le Special Forces le hanno mostrato la porta, tutto ciò che desiderava era un'altra Prima Linea che la tenesse lontana da casa. Un'altra causa a cui dedicarsi anima e corpo, un altro qualcosa che le facesse alzare i livelli di adrenalina. Che le desse quel brivido.
"... Questo lavoro è la cosa che alla fine ti uccide. E' la responsabilità. La gente che si affida a te, che devi proteggere. E' una zavorra, ti bloccano i piedi. Finché non sei diventato troppo lento, troppo ragionevole, troppo impaurito all'idea di sbagliare. Diventi un bersaglio più facile in un ruolo che ti costringe ad essere esposto. E prima o poi arriva qualcuno che prende la mira e spara. E' un lavoro di merda. Mi dispiace che sia toccato anche a te."
 E' un lavoro di merda, ma ce ne sono di peggiori. Torturare la gente è peggiore. Uccidere dei ragazzini è peggiore. Il pensiero le fora il cervello come un ago, e le fa male. Per non mettersi a piangere deve passarsi una mano sugli occhi e schiarirsi la voce due volte. A spingere i cattivi sentimenti nello stomaco è diventata eccellente, ormai.
"Ma sopravvivere a volte è solo una questione di volontà. Di testa dura prima che di pelle spessa. Io lo so, l'ho fatto. Hanno dovuto rianimarmi, due volte. E ho dovuto rianimare me stessa dalla merda che avevo in testa altre due volte. E sono la figlia di nessuno. Tu sei figlio di un Dio, e non c'è Dio che sappia quanto tempo ho passato a sperare che scompariste dalla faccia della terra e smetteste di causarci problemi. Cristo, vi ho odiato. Quindi prendilo come un voto di fiducia: ti conosco poco. Ma preferirei non scomparisti dalla faccia della terra."
Soffia tra i denti un sorriso nervoso, sbuffato, privo di felicità. Si sfiora la fede che porta all'anulare, piano. Schiude le labbra per dire qualcos'altro, forse, ma il rumore di qualcuno che in fondo al corridoio chiede di Maximilian Lee la convince ad alzarsi. Con le dita, sfiora il bordo del materasso sottile, passandoci affianco. Poi, con la massima discrezione, esce dalla stanza, dirigendosi verso le scale piuttosto che agli ascensori.

your chance to transform


E' quello che fai. Scelte impulsive dettate da emozioni uguali a fuochi d'artificio: spettacolari e brevissime. Un giorno qualcuno ti ha detto di vivere ogni giorno come fosse l'ultimo e hai iniziato a farlo, hai iniziato a impegnarti per sentire ogni cosa al duecento percento come le Forze Speciali ti avevano chiesto di non fare mai. Hai compresso nel petto così tanto dolore e tanta gioia che lo sforzo ti ha cambiato la spina dorsale, l'assetto delle ossa. Nelle vene ti scorre il cherosene, il tuo cuore è un innesco e il battito una miccia. Ti lasci conquistare da passioni che bruciano quanto bruci tu senza pensare che dopo il fuoco c'è la cenere. Ti pentirai di tutto.
All'improvvisato banchetto nella mensa del General Hospital, ai loro ospiti precettati a un arrivo rapido si mischia qualche paziente insonne, attirato dal rumore. Lei indossa un vestito ampio e pieno di colori, e per tutto il tempo non ha fatto che appoggiarsi al suo bastone, poi a Marcus, poi a suo marito. Dal suo posto ascolta, affaticata dalla serata, i racconti di Hoover e dei suoi tempi nell'FBI e nella polizia di New York. Non parla del suo periodo sotto copertura, non parla di niente di cupo, o triste, o doloroso. Non parla di tutti i criminali a cui ha sparato con l'intento di ucciderli. Sembra un uomo nuovo, diverso, con buoni sentimenti e buone intenzioni incastrati nei baffi. Lo ascoltano tutti, anche Iris e Marcus. Lui l'ha accompagnata all'altare come forse avrebbe fatto Antoine Batiste se l'uragano non se lo fosse portato via, la sua perdita sciacquata via da una tragedia più grande e più urgente. Dana ha sparso petali di fiori lungo una navata improvvisata, e lei l'ha percorsa lentamente perché non le venisse il fiatone. Prima di fare il primo passo, a Marcus ha detto: è merito tuo, è merito vostro. Un'ora prima, ha osservato Cameron Levy superare la porta della loro stanza con tutto ciò che lo aveva incaricato di prendere, un collage di oggetti e di promesse che ha trascinato tra le braccia insieme a Dana. Quando ha baciato per la prima volta suo marito, non aveva in circolo abbastanza morfina per non sentire la fitta di dolore che le ha attraversato il petto (le ha urlato nelle orecchie: durerà finché i tuoi nemici non impareranno che l'unico modo per ucciderti è spararti esattamente in mezzo agli occhi).

Ma poi Connor, ubriaco, la solleva di peso dal suo posto e le chiede di ballare. Lei accetta a patto che sia lui a trascinarla, a non farla cascare. A ogni giro che fa,  ben attaccata al suo corpo gelido, gli occhi le tornano sulla tavolata occupata da quella minuscola casa che si è costruita a Philadelphia. E' bassa e fragile, fatta di paglia, inadatta a resistere a un altro uragano. Ma è fatta di persone che provano a fare del loro meglio ogni giorno. E' più di quanto avesse a New Orleans? Di sicuro è più di quanto abbia mai avuto nelle Forze Speciali. Ed è abbastanza.

E' abbastanza perché non l'ha ereditato: l'ha costruito. Ha costruito il rispetto e l'onestà, e ha accettato di dire la verità e di farsi dire la verità. Ha chiesto fiducia, l'ha chiesta ogni giorno. E l'ha ricevuta. Senza aspettarselo, troppo presto o troppo tardi rispetto a quanto pensasse, ma l'ha ricevuta.

Connor la fa di nuovo girare, e lei guarda sulla sua spalla. Lucas le sorride, e lei sorride a lui. Se ha costruito tutto quello, allora forse è in grado di costruire anche qualcos'altro, qualcosa che duri. Un matrimonio.
"Siete tutti bellissimi."
Deve essere il modo in cui la felicità veste i volti delle persone. Li illumina, li rischiara. Dismette ogni ombra, anche la più resistenti.



Wasting on nothing
Effortlessly you appear
Sound of the thunder
Reverberate in your ear
This is a slow dance,
This is a chance to transform,
Pause for the silence,
Inhabit the calm of the storm

This is your ocean
Your ocean of night
This is a motion
Your ocean of night
This is your ocean,
An ocean of night,
This is a notion,
Your ocean of night

Love is a feeling
Buried with me in the yard
Gaze at the skyline,
Under the ocean of stars

This is your slow dance
And this is your chance to transform
Lost to a moment,
The moment you confront the storm

This is your ocean
Your ocean of night
This is a motion
Your ocean of night
This is your ocean,
An ocean of night,
This is a notion,
Your ocean of night

I am your hope down the wire,
So you can hold back the fire

aeons


Lucas oggi mi ha detto.
Sai che non sono brava in queste cose per cui dirò solo:
Auguri Rebecca. 
 - - - 
Thank you.
Mentirei se dicessi che vedere te e Marcus non abbia influito, in qualche modo. 
- - - 
Me e Marcus... davvero? Perché?

 Tarda a rispondere. Quando è andata al loro matrimonio era sola. Si è seduta in fondo e ha guardato la cerimonia in silenzio. Per tutto il tempo la felicità per un amico si è mischiata all'ansia di non essere destinata, di non essere fabbricata per quel tipo di relazioni che durano per sempre. Di non averne la costanza. Che senso ha giurare a una persona un amore eterno se non si ha garanzia alcuna sull'eternità? Quante volte è finita in ospedale solo negli ultimi dodici mesi? Quante volte Lucas ha lasciato le Special Forces salvo poi tornarci pochi mesi dopo?

Non è un modo di vivere, ha ragione sua madre. Eppure mentre guardava Marcus e Iris dirsi per sempre, ha pensato che per loro non voleva dire dieci, venti, trent'anni. Per loro per sempre voleva dire un secolo, forse due. Che garanzie avevano che due secoli non li avrebbero distrutti, separati, allontanati, uccisi? Però erano lì, di fronte a tutte le persone a loro care, a giurarsi che cento anni dopo sarebbero stati ancora lì.

Mesi dopo, davanti agli occhi ha tutti i suoi mostri. Lucas Black le dice che morire lì gli va bene, se vuol dire non dover passare il resto della sua vita con una persona che ha fatto quello che ha fatto lei. Le sfugge tra le dita, come l'acqua non può trattenerlo stringendo. Il terrore di non saperlo difendere e quello di doverlo difendere da se stessa si mischiano in un'emicrania che le riempie la testa delle parole esatte che le dissero per informarla che suo fratello era morto. Che i suoi fratelli erano morti. La voce di una sconosciuta trova echi in mezzo alle sue tempie, le promette che le strapperà il cuore. Cerca di raggiungere Lucas, di proteggerlo, di trattenerlo. Il dolore improvviso la trascina cento metri indietro. Un telepate, ha detto lui. Un telepate, le martella dietro la nuca quando tutto sembra perduto e minacciano di farle domande. Un telepate potrebbe scoprire tutto. Accarezza l'idea di puntarsi la pistola contro la testa, ma i suoi nemici le tolgono la scelta. Ogni muscolo teso si scioglie e lei non sente più niente. Un cuore debole che pompa nelle vene sangue destinato a lasciarle il corpo. Diventa sempre più pallida. A Iris, alla sua domanda, non ha ancora risposto. Anche potesse, adesso non saprebbe più cosa dirle.

I like it when you drive


"Non pensavo avresti avuto il coraggio di rifarti più viva, Rebecca". Lei sospira a fondo e prende dalle sue mani il bicchiere di cognac che le porge. E' seduta sul bordo di un divano grande, alla sua sinistra una parete scoscesa interamente di vetro da cui filtra il buio della notte. Casa di Michael Green è fatta di linee spioventi e tinte futuristiche, arredamenti essenziali, un bel pianoforte che lui sa suonare alla perfezione. "Avevi ragione tu, l'ultima volta ero ubriaca. Non sarei dovuta venire qui. Scusami". Michael versa per sé un whisky liscio e non finge di non aver visto l'anello di fidanzamento che indossa. "Suppongo tu non sia venuta qui a riprendere il discorso", con un sarcasmo asciutto, infelice. Rebecca sorride. "No. Ho un favore da chiederti". 

"Riguarda il tuo fidanzato?"
"Sì."

Michael è un tipo intelligente, ma ha smesso da anni di felicitarsi ogni volta che ha ragione. Invece soffia tra i denti un sorriso amareggiato e incredulo. Pieno dei fumi dell'alcol.

"Ora io ti risponderò di no, e tu mi risponderai che te lo devo."

Rebecca rimane in silenzio, con il bicchiere in mano e i gomiti sulle ginocchia. Con gli occhi lo segue muoversi stizzito, poi lasciarsi ricadere seduto sulla poltrona di fronte a lei. 

"Ma io non ti devo niente, Direttrice King. Non sei una mia superiore, né lo sei mai stata. Non ti ho mai fatto torti, solo il mio lavoro. E se ora non sei in una prigione militare è probabilmente grazie a me. Se ora sei viva, e ti senti una persona migliore, è perché hai avuto occasioni che senza di me non sarebbero mai state possibili. Quindi non ti devo niente."

Rebecca rimane in silenzio, gli occhi bruni gli premono nei suoi come la punta di un fioretto spinta in avanti con costanza. 

"Non ho bisogno della tua amicizia, né del tuo perdono. Di sicuro non di qualsiasi bolo nero di sentimenti e segreti che avevamo ai tempi di Israele. Sei sempre stata una disonesta. Mi hai usato per non pensare a quello che stavi facendo, e io lì, come un idiota, a darti corda. E ora vieni qui, a chiedermi aiuto. Dopo tutto questo."

Lo sguardo è pieno di buio infetto, contagioso. La sicurezza di Rebecca si infrange come il bicchiere che lui schianta contro il muro di vetro. Lei, presa di sorpresa, trasale. Se non sembra spaventata, sembra di sicuro piena di stupore. Di indecisione, una volta tanto. Rimane sul bordo del divano, mentre guarda Michael riprendere pian piano il controllo su se stesso. Un funambolo che è scivolato nel vuoto. Un inciampo, una mano sola a reggerlo alla corda su cui prova a risalire.

"Avanti", la implora poi, senza il coraggio di alzare la testa. Rebecca tentenna, poi lui ripete più forte: avanti.

"E' tornato da una missione con le Forze Speciali da poche settimane, i fascicoli sono sotto segreto. So che era stato selezionato per neutralizzare un telepate che aveva già fatto parecchie vittime, e che era in Siria. Ma nulla di più. Puoi scoprire cosa gli è successo?"

Michael scuote il capo, lo oscilla, lo ruota. Guarda nella notte. 

"Cosa ti fa pensare che gli sia successo qualcosa?"
"Lo so e basta."
"Se è sotto segreto dubito riuscirò a scoprire qualcosa."
"Ma puoi provare?"

Michael rimane in silenzio. Sospira a fondo. Rebecca sospira a sua volta. Poggia il cognac e si alza in piedi.

"Grazie."
"Deluderai anche lui. Lo sai già. Come hai deluso me."

Rebecca sorride, si sfiora il fianco dove le sembra di aver ricevuto la stoccata. Asciuga il sangue e soffia via il dolore, come le hanno insegnato. Non se la prende, come le hanno insegnato.

"Se ho smesso io di vivere nel passato, magari puoi farlo anche tu", si congeda. Disingaggia e se ne va prima di dargli un'altra occasione di bucarle la pelle. Esattamente come non le hanno insegnato.

- - -

"Ora guida. Mi piace quando guidi."


out of key


New Orleans, Louisiana
ore 02.23 A.M.

Casa di Garrika King non è grande né piccola. E' esattamente della grandezza che viene assegnata a nuclei familiari di quattro persone lì a Magnolia. E' più grande di quella in cui sono stati a Philadelphia, a Panama Street, questo è certo, ma Garrika avrebbe preferito rimanere a nord, lontana da New Orleans. Andre ha insistito per riportarli in Louisiana, hanno fatto le valigie e traslocato di nuovo nel giro di quarantotto ore. Adesso i suoi figli - una bambina riflessiva e un adolescente ruspante - dormono entrambi nella loro stanza. Lei aspetta sullo stretto divano in soggiorno, tra le dita uno smartphone di vecchia generazione che replica all'infinito le immagini di un ampio velivolo che si schianta contro un mostro grande come un palazzo, spingendolo in avanti in un portale in cui sparisce. E il velivolo con lui. Philadelphia.

Sente la chiave di Andre graffiare la porta, sbattere almeno quattro volte prima di trovare la sua strada nella serratura. Si asciuga il viso e si alza in piedi. Quando suo marito barcolla all'interno, trascinando i piedi e rischiando di inciampare più di una volta in tre metri, lei deglutisce il nodo che le stringe la gola e si sforza di non rovesciargli addosso tutta la sua delusione, come fa sempre. Andre, che non si aspetta di vederla sveglia, tende un sorriso che muove solo le labbra, lasciando gli occhi appannati. "Sei proprio la più bella delle stronze quando m'aspetti sulla porta, ah, Gar Gar?", farfuglia mentre si appoggia al divano e poi ci si schianta. Garrika si asciuga gli occhi per la seconda volta.

"Ha chiamato tua madre due ore fa."
"A-ah? Mi prendi un bel bicchiere d'acqua, mi fai il favore?"
"Si tratta di tua sorella."
"Di nuovo, ah-- da mangiare? Me l'hai lasciato qualcosa per cena? Sto morendo di fame."
"Andre."

Andre. La voce di Garrika si spezza su quelle due sillabe in maniera più chiara, Andre drizza le antenne e oscilla occhi opachi su di lei. Da qualche parte sul retro del suo cervello suona, flebile, la sirena di un allarme mormorato. Tiene la bocca aperte, il corpo abbandonato sul divano, le pupille tutte tirate a destra, su Garrika. Il capo non lo volta, quello no: sa che è meglio tenerlo defilato se non si vogliono prendere i pugni sul naso.

"Ha chiamato per tutta la sera dicendo che aveva avuto un incubo dei suoi, era agitata, Roe è andata da lei. Poi due ore fa l'ha chiamata Lucas Black, ed è tua sorella, Andre..."
"Cosa è successo?"
"Non lo so. E' scomparsa. Era assegnata a una missione e... in tv continuano a mandare il video: un aereo che si schianta contro un mostro di dieci metri e poi scompare assieme a lui. Lucas Black dice che quell'aereo lo pilotava lei."

Sotto qualsiasi cosa stia Andre King, non gli impedisce di capire, ma gli toglie tutto il peso della consapevolezza. Sprofonda nel divano senza dire niente, le pupille tornano per inerzia di fronte a sé, prive di messa a fuoco. Boccheggia a vuoto un paio di volte, mentre sua moglie rimane in piedi di fronte a lui, esasperata dalla sua immobilità.

"Andre, mi hai sentito? Rebecca è dispersa. Rebecca è morta. Di' qualcosa."

Lui scuote il capo molto piano. Si sfiora con le dita i tatuaggi con i nomi dei suoi due fratelli: glieli ha disegnati sulla pelle sua sorella, e lui ha tatuato gli stessi nomi su di lei.

"Ho solo due polsi", mormora. sembra quasi distratto. "Ho solo due polsi, e nessuno di loro avrebbe mai dovuto lasciare New Orleans."

* * *

Tyonda King si è premuta una mano sulla bocca mentre sua madre la raccoglieva tra braccia solide. Lucas Black, dall'altro capo della linea, esitava nel dirle che avrebbe voluto sapere come si fa a pregare. Tyonda scuoteva il capo e si impediva di piangere. "Devi riportarla a New Orleans, Lucas Black" gli dice, con un tono più deciso di quello che ci si potrebbe mai aspettare. "Tutta questa follia non ha più un senso. Devi trovarla. E una volta trovata, devi riportarla a New Orleans."



I believe in your victory

Nell'esercito lo chiamano normalmente Trigger. Si tratta di una tecnica che consiste nel visualizzare con estrema vividezza l'immagine della cosa che si ritiene più importante al mondo. Riabbracciare i propri figli o prendersi cura dei genitori malati sono esempi tra i più comuni, ma possono variare di molto: l'importante è che l'immagine sia ragionata nei minimi dettagli e che venga richiamata in momenti di grande difficoltà che rischierebbero di paralizzare anche il meglio addestrato dei soldati. Attraverso l'utilizzo di questa tecnica, è possibile trovare il coraggio e la decisione per affrontare qualsiasi ostacolo si affronti sul campo.

Ogni corpo dell'esercito consente ai suoi soldati di scegliersi il proprio Trigger, ma non le Special Forces. Le Special Forces insegnano a costruirsi un Trigger nuovo di missione in missione, e consentono di usarne solo uno: il successo dell'azione svolta. Poiché lasciare spazio a Trigger personali legati alla propria sopravvivenza rischierebbe di condizionare il conseguimento degli ordini dati, adesso addestrano i propri uomini a visualizzare il raggiungimento dello scopo della propria missione come fine ultimo. Molti disertano: continuano a pensare alle loro mogli, ai loro figli, ai loro genitori. Ma non Rebecca. 

Rebecca ha seguito pedissequamente gli ordini e ha sempre e solo usato come Trigger il completamento della missione. Una volta lasciate le Special Forces, ha lottato per strapparsi dal centro del cervello quell'abitudine. Ha provato a sostituirla con altre cose: presentarsi a New Orleans sana e salva, vedere tutti i suoi nipoti diplomarsi e, per un po', addirittura sposare Lucas Black. Ma nessuno è riuscito a trovarle addosso la stessa presa che ha su di lei la lineare semplicità del perseguimento dell'obiettivo. Quando è in pericolo, l'unica cosa che le permette di non paralizzarsi e di andare avanti è quella: la visualizzazione della vittoria. Ed è l'anelito alla vittoria che utilizza per avere il coraggio di spingersi contro Baal in un robusto velivolo di cui è alla guida e spingerlo in avanti verso il portale che conduce a un'altra dimensione. Mentre viene inghiottita dal nulla, e scompare dalla faccia di questo mondo, non sta pensando a nient'altro: non alla sua famiglia, non a Lucas, non ai suoi colleghi né ai suoi pochi amici. Solo all'obiettivo: Philadelphia liberata dall'incombente minaccia di un Dio. Forse perché sa che, se così non fosse, non avrebbe vinto mai niente nella sua vita. Ed è stata una bella vita.

* * *

"Se incontri un Buddha, uccidilo."

Marcus Dansi

in my cold arms


C'è una casa indipendente a due piani in un posto che si chiama Appleby Street, Old City, Philadelphia. Ha quattro mura solide e due insegne: una dice Walsh e l'altra dice Black/King, ma la seconda è provvisoria, scritta a pennarello, la prima invece è in ottone. Ha finestre alte e tende pesanti, le pareti candide non hanno mai visto scarabocchi di bambini o manate di adolescenti. C'è una casa a due piani al quarantatré di Appleby Street, in un quartiere pulito, ha anche un garage che un tempo era pieno di tutte le cose che Rebecca ha voluto metterci dentro (moto, macchine) e adesso, quando ci entra con una chiave che avrebbe dovuto restituire, c'è una casa a due piani che odora di polvere e di vuoto ancora prima che accenda la luce. Tasta con le dita l'intonaco finché non trova l'interruttore. La luce era così debole, quando se ne è andata? Cosa sarebbe mai potuto cambiare in due settimane?

C'è una bella casa adeguata alla media borghesia ad Appleby Street e Rebecca ci ha vissuto, per un po'. Ora che ci cammina dentro le sembra di nuovo estranea, come la prima volta in cui ci entrò. Ogni passo lo fa vicino alle pareti, cautamente, ogni cosa che incontra la tocca per ricordarne la consistenza. Con i polpastrelli traccia disegni nella polvere. Qui c'è il camino, qui il divano, qui il tavolo che non usavamo mai, qui la cucina. Qui il corrimano in legno di ciliegio, qui uno dei tre bagni, qui lo studio, qui la nostra camera da letto. Poggia la fronte sulla porta chiusa, bussa piano. Preme l'orecchio contro il legno senza sentire niente. Allora la spalanca, all'improvviso.

C'è una splendida casa ad Appleby Street, ha quattro mura solide, due insegne, una stanza da letto vuota. Rebecca accende la luce, indugia a guardare la finestra perché non vuole vedere cosa c'è sul letto, e dietro i denti prega di non trovare ciò che pensa ci troverà. Ruota il capo con uno strattone, poi lo ondeggia di lato perché è lì. Un letto matrimoniale rifatto in maniera ordinata, ma con i cuscini scoperti, e sulla federa bianca del suo una sigaretta.

C'è una casa ad Appleby Street ed è una casa come tante altre. A Rebecca viene da piangere. Dopo aver girato su se stessa come un cane in gabbia, si avvicina al letto come se fosse fatto d'aghi. Ci si siede sopra, si stende al posto di Lucas. Prende la sigaretta che le ha lasciato e se la infila tra le labbra. Con le mani che le tremano, se la accende anche, se ne riempie i polmoni mentre le sembra di affogare nelle lenzuola pulite. Ha il sapore spiacevole delle Alhamraa, e le si dissolve tra le dita proprio come le sigarette siriane.

C'era una casa ad Appleby Street e profumava di pulito e di legna riarsa, veniva riempita dopo anni in cui aveva sembrato solo costantemente svuotarsi. C'era una casa ad Appleby Street, una bella casa a due piani, e mesi dopo ci accompagnava Lucas Black dopo una lunga assenza che gliel'aveva restituito ferito, quasi morto. L'aveva aiutato a salire le scale, lentamente, e l'aveva steso sul loro letto. Lo aveva fatto spogliare e gli aveva cambiato tutte le fasciature e le bende con una pazienza per lei inusuale. Avrebbe voluto piangere per tutto il tempo, gli aveva chiesto di giurare cento volte che non sarebbe accaduto mai più, che avrebbe chiuso i conti con le Special Forces una volta per tutte. Basta esercito. Basta guerre. Lui aveva giurato. Una, due, tre, novantanove volte. Poi si era addormentato, ma prima di addormentarsi le aveva detto: se mi chiederanno di nuovo di partire, farò in modo di fartelo capire: non dovrai chiederti se sono partito, lo saprai. Ma hai giurato. 

C'è una casa ad Appleby Street e ora fa così male che Rebecca si addormenta con la sigaretta ancora accesa tra le dita sperando di non risvegliarsi. Alcuni pezzi di vita, ha detto a Levy, non andrebbero venduti, solo bruciati. 

* * *

I look at you all torn up
I left you waiting to bleed
I guess the truth works two ways
Maybe the truth's not what we need
[...]
But in my cold arms, you don't sleep
In my cold arms, you feel beat, 
In my cold arms 
You stay

the shape you made me


- E che cosa vuoi, Rebecca?
- Un angolo di vita che non sia un campo da battaglia.
* * *
Lo so che sei incazzato ma è passato un mese senza che ti facessi vivo e quando chiamo Garrika non mi fa parlare neanche con i ragazzini, mi sono rotta i coglioni di questa storia, di te e ti riparare i tuoi fottuti problemi senza ricevere niente in cambio, mi giri le spalle come se fossi l'ultima delle stronze e ora neanche Roe mi risponde. Ho fatto tutto per te 'Dre, ti ho dato soldi quando ne avevi bisogno e ho fatto molto più che darti soldi, e lo sai, e tutto ciò che riesce a venirti in testa dopo ventisei anni è questo fottuto risentimento del cazzo nato perché ho lasciato Magnolia, perché ho provato a fare qualcosa di meglio con la mia vita e ci sono riuscita. Aveva ragione Jamal quando diceva che siete un buco nero, che la nostra famiglia risucchia tutto e ci toglie la possibilità di fare cose, di diventare qualcuno, perché per qualche motivo non andare in galera a diciott'anni e non girare con una pistola nei pantaloni e non spacciare né farsi come degli stronzi è un tradimento di quella bella lealtà che ti sei pure tatuato sul collo. Lealtà di cosa? Lealtà a chi se io sono tua sorella e conosco solo la tua schiena? Funziona che dobbiamo stare vicini solo quando la nostra vita va a puttane? Vai all'inferno. Andateci tutti, uno per uno, voi e la vostra mentalità del ghetto del cazzo, io ne sono uscita, e mi ci sono voluti otto anni ma ora basta. Vuoi essere lasciato in pace, vuoi che i tuoi figli si scordino di me? Bene, racconta a tutti che sono io il nemico, raccontalo a Roe che quella ci crede anche e vent'anni che la conosco non hanno contato nulla, sembra, dillo a Garrika e a Tanika e ai tuoi figli e ditelo ai figli di Jamal e a quello di Tariq, dillo a nostri vicini di casa, dillo a nostra madre. Non me ne importa più niente, non sono io che dovrei nascondermi. Ma tu. Sei tu che non hai fatto niente di te, solo dei figli di cui non ti sai prendere cura e che deludi ogni giorno. Continua a bere, a bucarti, continua a gettarti nel cesso, non è più un mio problema. La prossima volta che ci rivedremo sarà al tuo funerale, ormai a New Orleans ci tornerò solo per i morti e il prossimo sei tu.
* * *

Bruciami la pelle spanna a spanna, hai palmi bollenti e gli errori hanno l'abitudine di rimodellarmi la pelle come se fosse di creta morbida. All'improvviso abito un corpo che non conosco e ogni mattina mi passo le dita sulla bocca, sul naso e sulle sopracciglia per controllare di avere ancora la stessa faccia con cui mi sono addormentata. Trasformami in carbone e poi soffiami tra i capelli per ravvivarmi e vedere se ci sono ancora rami buoni da ardere, ma fallo con discrezione, dimenticatelo non appena il fumo si alza e si spande e io mi perdo nell'aria dov'ero prima torna ad essere un luogo freddo.

Rompimi le ossa, non serve un manuale per farlo. Basta prendere la mira e colpire forte, e poi continuare a battere per scoprire in quanti modi diversi riesco a spezzarmi finché rimane niente a sostenere questi muscoli che ho addestrato alla lotta per anni, perché solo quelli ho potuto trasformare, mentre le ossa mi sono rimaste quelle di mia madre. Si sgretolano senza fatica, se vuoi puoi limarle per vedere se sento dolore, e se ce la fai puoi prenderti quello che proteggono. Trasformale in polvere, oppure ridisegna la struttura del mio scheletro, mettile in ordine come pensi sia meglio, come credi che abbiano più senso per te, per l'aspetto che pensi debba avere una cassa toracica, per come deve legarsi una spina dorsale. Se ne esco paralizzata puoi dire che è stata colpa mia dall'inizio, io non risponderò niente e tu saprai di avere ragione.

Asciugami il sangue: non mi serve, tutto ciò che fa è tradirmi. Lascia che un macellaio ti insegni il modo esatto per drenarmelo dalle vene e poi sii abbastanza paziente da sederti e guardarmi mentre lo raccolgo in bottiglie di vetro, e poi scrivi sull'etichetta a chi apparteneva: non sono più io, sono già un'altra e con i polsi asciutti non ho più niente a legarmi al posto dove sono nata, al destino dei miei fratelli o ai riti di mia madre e di mia nonna. Dissanguami, fallo per liberarmi - le mie arterie scendono nella terra come radici e non c'è modo di reciderle se pulsano di chi ero prima, quindi falle stare zitte, non voglio più questi nodi.

Tagliami tutti i capelli e regalami una crema che mi schiarisca la pelle, vestiti adeguati a coprirmi i tatuaggi e le cicatrici, un coltello per cavarmi entrambi gli occhi - sono vecchi e usati, incrostati di sporco, abili a vedere solo ciò che vedevano dieci anni fa e io non li voglio. Regalameli nuovi, lucidati, magari azzurri. Me li spingerò nelle orbite e batterò le palpebre tre volte, alla quarta il mondo sarà già nuovo. Lavami con la varechina e avvolgimi nella plastica, ora sono pronta. Ci sono, sono come mi hai voluto. Come mi hai fatta.

* * *
- [...] Ogni volta che mi tolgo la divisa sono esausta.
- Smetti di indossarla, se ti uccide in questo modo.
- No. Mai.

extraordinary things


"E l'unica cosa che a lei veramente dà fastidio è che ci possono essere, là fuori, persone che non hanno passato la vita in un monastero d'addestramento e che riescono comunque a fare cose straordinarie."
 Rebecca King entra nelle Special Forces prima dei vent'anni. Ha già fatto il suo tempo nell'esercito e si è distinta per i suoi punteggi. La prima cosa che i Green Berets le chiedono di fare non è però combattere, ma studiare. La mettono di fronte ai libri, la costringono a imparare l'arabo in maniera dignitosa e a pensare prima di agire. Prendono un cane irrequieto e gli chiedono di suonare il pianoforte. E quello lo fa. Rebecca lo fa. Impara, assorbe, si costringe ad essere la versione migliore di se stessa. Per dimostrare che può farlo. Che il suo passato non è il suo destino.

Anni dopo Michael Green bussa alla sua porta con due militari che le piantano un paio di manette attorno ai polsi. Lei si agita come quella creatura irrequieta che è state, e mentre la portano via cerca Michael con gli occhi. Lui le dice che andrà tutto bene. Lei gli chiede: che hai fatto? Poi lo urla: cosa hai fatto, Michael? Altri due membri del suo gruppo vengono trascinati via con lei. Tenuti in celle separate, non comunicanti. Ce li lasciano ventiquattro ore prima di farli uscire. In quelle ventiquattro ore, Rebecca sente nelle viscere che c'entra Osley, in qualche modo. Ma ancora non ha rimorsi, o sensi di colpa. Si sente solo tradita. Ma si sente nel giusto. 

Si sente nel giusto perché pensa di essere esattamente questo: eccezionale. Capace di cose straordinarie, anzi: nata per cose straordinarie, e per questo autorizzata a perseguire gli obiettivi che le vengono assegnati con tutti i mezzi a disposizione. Le ci vorranno mesi per capire che violare leggi internazionali non la rende migliore. La rende sono una criminale. Se l'è ripetuta davanti a uno specchio: criminale. Ci si è chiamata mentre si toccava la faccia e si chiedeva se era questo l'aspetto di una criminale. Mentre si asciugava i capelli. Mentre si lavava i denti. Mentre indossava la divisa.

Quando l'hanno promossa a Direttrice e le hanno detto che è la più giovane incaricata di tutta la costa orientale, l'ha sentito di nuovo: quel senso di eccezionalità. La pretesa di essere destinata a cose straordinarie. E' riuscita a spaventarsi da sola. Si è chiusa in un bagno per vomitare, e quando ha avuto un weekend libero ha dormito per due giorni di fila, sperando che le coperte del letto potessero nasconderla. Tanto Lucas non c'era. Non poteva vedere.

Lucas non sa. Quando torna a casa alle quattro del mattino con l'odore di margarita addosso, non le fa domande. Prova ad abbracciarla, ma lei gli sfugge sollevando le braccia fasciate, usando quelle come scusa. Lui non prova a chiederle cosa è successo: sa già che lei non può dirglielo, e non potrà dirglielo finché non rientrerà in servizio. Questione di pochi giorni. Poche settimane, al più - Rebecca lo osserva dormire e si chiede se, senza il lavoro condiviso, potrebbero resistere. Si sistema al lato, come se al centro del letto ci fosse un solco. Due placche che il terremoto allontana. E poi Lucas non sa. Lei si consola dicendosi che non ha voluto sapere. Di Osley, certo, né di quello che ha fatto per 'Dre, di cosa conserva il letto del Mississippi. Se lo sapesse, lo perderebbe. Se sapessero, non ci sarebbe pozzo sufficientemente profondo in cui gettarsi per non farsi raggiungere dal loro disappunto. 
"Se non te lo chiedo, è perché hai ventisei anni e sei arrivata all'apice della tua carriera. E non ho alcun diritto di sapere perché fai quello che fai."
Da adesso in poi si può solo cadere. Rebecca spalanca le braccia ustionate per stare in equilibrio. Se lui non ha fatto la domanda, lei ha comunque pensato alla risposta. Perché è lì? Il fuoco le ha sciolto la pelle e con la pelle i tatuaggi. I nomi dei morti. Le scaramanzie dei vivi. Tariq e Jamal li ha tatuati 'Dre sui suoi polsi, e lei li ha tatuati a lui. Adesso che sta facendo le valigie per portare la sua famiglia il più lontano possibile da lei, Rebecca si chiede se non li dimenticherà tutti. E se loro non dimenticheranno lei.


When I was a child, I heard voices
Some would sing and some would scream
You soon find you have few choices
I learned the voices died with me

When I was a child, I'd sit for hours
Staring into open flame
Something in it had a power,
Could barely tear my eyes away

All you have is your fire.
And the place you need to reach -
Don't you ever tame your demons
But always keep 'em on a leash

When I was 16, my senses fooled me
Thought gasoline was on my clothes
I knew that something would always rule me
I knew the scent was mine alone

When I was a man I thought it ended
When I knew love's perfect ache
But my peace has always depended
On all the ashes in my wake.

this can't be the place

E' una ragazzina spericolata che allarga le braccia e procede in bilico lungo il bordo di un tetto. Fa caldo e ha le braccia scoperte, i primi tatuaggi di ribellione già impressi sulla pelle, il primo livello di una storia che è destinata a stratificarsi sulla sua carne a getti d'inchiostro. I polsi ce li ha ancora liberi, nudi di nomi e catene. E' da sola e sta aspettando Thibeaux, che deve portarle il nuovo carico da distribuire per le strade (perché lo sanno tutti che i poliziotti maschi non possono perquisire le ragazzine), e intanto pensa al nuovo paio di scarpe da ginnastica che si comprerà con i soldi che le resteranno in tasca, e magari anche un ipod per sentirci la musica, e una cena completa in un ristorante tutto raffinato fuori da Magnolia, e anche un vestito tutto sberluccicante per entrarci, in quel ristorante. E' arrivata in anticipo per poter stare un po' sola e godersi il silenzio. A casa sua di silenzio non ce ne è mai, e non ce ne è mai per strada, o nei locali, o a scuola - quando si ricorda di andarci -. Dall'alto Magnolia sembra quasi tranquilla. Chiude gli occhi e si sporge in avanti, poi all'indietro. Non la lascerà mai, New Orleans. Nella sua testa, fuori da New Orleans non c'è assolutamente nulla. E' quello il suo posto, le sue quattro mura comode. Farà i soldi con Thibeaux e i suoi ragazzi, finché non la riterranno adatta ad affiancarli. Poi un giorno diventerà la nuova Thibeaux e andrà in giro con macchine modificate con impianti stereo rumorosi, e sarà invitata a tutti i funerali e tutti i matrimoni, e le lasceranno fare il brindisi prima del migliore amico dello sposo. E sarà la regina di Magnolia. Sua madre glielo mormorò la prima volta sulla fronte mentre tutto il quartiere veniva travolto dall'inondazione: questa casa al sicuro. Sarai al sicuro finché rimarrai in questa casa.
- - -

Dodici anni dopo, rientra nella sua bella casa nella Old City di Philadelphia, esausta dopo l'ennesimo litigio con suo fratello. La prima cosa che fa, ancora prima di liberarsi della pistola che porta sotto la giacca, è dar da mangiare al suo cane, Mags. La lascia tuffarsi nella ciotola e raggiunge il divano. Ci si lascia cadere sopra nella semioscurità, lasciando che gli occhi le si perdano nel camino spento ormai da due settimane ininterrotte, nonostante il freddo - lei non ha ancora imparato ad accenderlo -. Controlla per l'ennesima volta il cellulare e non vi trova messaggi. Si toglie la giacca, la pistola, la fondina. Si toglie le scarpe, la camicia e i pantaloni. Poggia tutto ordinatamente sulla poltrona, poi si stende sul divano, lentamente, con gli occhi rivolti verso l'alto. Fa un respiro profondo e lascia che ogni singolo pensiero che le abbia navigato in testa nell'ultimo mese si muova liberamente, fluisca nel corpo ed evapori nell'aria attraverso i pori della pelle.

La faccia sporca di Marshall Rankin e quella pallida di Pearl Quinns sono le prime che le vengono in mente. Si conta le nocche e smette di ripetersi che andrà tutto bene, che il Messico non è una missione suicida e che ne usciranno interi tutti quanti, nessuno escluso - si concede di non pensarlo e, anche se per pochi secondi, rinuncia alla fatica di crederci in maniera incondizionata, quasi dogmatica. Pensa al ragazzo spaurito che ha registrato come vigilante - Oracle, l'analista - e si ripete che se l'hanno voluto deve essere più in gamba della media, più intelligente della media, più in grado di aiutarli a rendere l'operazione meno rischiosa possibile. Si passa i pollici sulle costole, contandole sovrappensiero una a una. Pensa ad Abraham Murphy e trattiene il respiro, premendosi le ossa contro i polmoni nel tentativo di associare al pensiero una reazione fisica negativa. Se le Special Forces sono riuscite a insegnarle a non sentire il dolore, deve allora essere anche in grado di strapparsi dalla pancia la curiosità fisica, il prurito dietro la nuca. Pensa alle parole di Meyer, quando le ha detto che è questione di aver fiducia in ciò che si è costruito. Lei ce l'ha? Non ha mai avuto una casa così grande e così vuota. Si è sentita una stupida quando si è resa conto di non avere foto di sé e Lucas insieme, e adesso si impone di ingoiare il panico nella constatazione che, se gli accadesse qualcosa, non avrebbe nulla a testimonianza del fatto che Lucas Black è esistito, e che per un po' di tempo la sua vita e quella di Rebecca King si sono incrociate, si sono legate e modificate come due elementi complementari in una reazione chimica. 

Sono felice per voi, posso fare il paggetto? Si concentra su quello: su Hoover in abiti da paggetto. Ma riesce ad escludere selettivamente dalla memoria le sue parole più dure solo per poco, e alla fine la sua voce che ripete di non fidarsi le rimbomba nella testa insieme a tutte le altre. Non puoi farti entrare in casa qualcuno che se la fa con Wild. Dovresti iniziare a dormire con un occhio aperto. Alza gli occhi ai limitari delle pareti, là dove Lucas ha installato un sistema di sorveglianza e allarme. Ci sono sensori in tutta la casa. Sensori in tutta la casa registrano la sua solitudine e la malafede che ha offerto a Mihael McRush, un ragazzino che non le ha mai fatto un torto e che forse mai glielo farebbe, un ragazzino che le ricorda suo fratello più piccolo e che avanti di questo passo farà la stessa fine. La frustrazione le sale alla testa, le fa quasi male. Si preme i pugni sugli occhi come se le nocche dovessero scavare nel cranio. E' una vita che non chiama sua madre e forse dovrebbe. Mags, finita la sua cena, le si arrampica sulla pancia e dopo averle camminato addosso prova a leccarle la faccia. Rebecca si fa riscuotere dai propri pensieri un attimo prima di cadere nella spirale discendente con il nome di Andre King forgiato sopra.


hunger

Guida su strade sgombre. A bordo di una black car di cui ha schiarito i finestrini, dal centro della città in direzione del vastissimo Southside. Sbadiglia di frequente ma si costringe a tenere gli occhi aperti. Accelera con impazienza, per arrivare prima e per impedire ai pensieri che le corrono dietro da ventiquattro ore di raggiungerla.

Quando il ragazzino ha parlato della sua abitudine di rubare, lei l'ha registrato marginalmente come un problema, e ha continuato a cercargli addosso i segni di qualche tipo di abuso, di dipendenza. Si è accorta con due battiti di ritardo del fastidio che intanto aveva irrigidito la schiena di Lucas. Gli ha detto: lo sai come funziona. Poi si è chiesto se lo sappia davvero - ha sempre dato per scontato che, in quanto figlio del buco nero che sono le periferie malfamate statunitensi, avesse incontrato più o meno gli stessi disastri che ha incontrato lei, e che si fosse abituato a tollerare i piccoli crimini di sopravvivenza. Che avesse imparato le stesse cose che ha imparato lei stando per strada.

Brucia un semaforo rosso che ha visto benissimo, tagliando in due la South Street prima che una macchina in senso convergente le possa andare addosso. Non sente nemmeno il rumore del clacson, davanti agli occhi le sembra di avere soltanto il volto emaciato di Mihael, la sua aria perennemente affamata, l'orgoglio che gli impedisce di farsi aiutare. Lei lo sa. Il volto del ragazzo e quello di Tariq le si confondono dietro la retina. I polsi le prudono, poi le bruciano. La povertà è un circolo vizioso, l'ha imparato. Ti svuota dentro e si insinua al posto di tutto il resto, finché non riesce a convincerti che non vali più di quello che hai, cioè: niente. E' un degrado che parte dal centro del cervello e che ti impedisce di conoscere qualsiasi altra cosa. Per questo non ne esci se qualcuno ti porge una mano. Perché passare una vita a ricevere schiaffi ti fa pensare che le mani non siano capaci di dare carezze. Servono anni di rieducazione per imparare a tracciare una linea dritta e a camminarci sopra, o anche solo a rendersi conto che farlo non vuol dire tradire se stessi. Che nessuno è costantemente incatenato alla sorte con cui nasce.

Svolta dove il navigatore le dice di svoltare, poi rallenta sensibilmente iniziando ad esaminare i numeri sui portoni, là dove ce ne sono. Li mormora per dimenticare l'astio di Lucas verso chi non rispetta le regole. Deve spalancare la bocca e respirare a pieni polmoni più volte perché il terrore non la conquisti. Lucas avrebbe odiato Tariq e tutti i suoi fratelli? Odierebbe sua madre e sua nonna, se sapesse la loro storia? Odierebbe lei, se gli raccontasse tutto? 

Cinquantotto. Vedere Celement sul marciapiede le fa tirare un sospiro di sollievo. Gli fa un cenno ampio e lo vede avvicinarsi con cautela alla macchina, poi riconoscerla. Mentre apre lo sportello, Rebecca si ricorda di avere ancora la spilletta dell'SCF sul bavero della giacca, e si affretta a toglierla e farla cadere in una tasca.

Clement è un ragazzino di tredici, quattordici anni. Entra nell'abitacolo già cupo, preparato alla sfuriata.
- Che cazzo ti passa per la testa ad andare in giro a quest'ora da solo? Come diavolo ci sei arrivato qui? Hai chiamato i tuoi genitori? Saranno fottutamente preoccupati.
- Pa' non è a casa -, mormora lui, e Rebecca si acciglia.
- In che senso?
- Ma' si è addormentata sul divano. Ho visto che erano le due e ancora non era tornato, e allora sono andato a cercarlo per riportarlo a casa prima che ma' si svegliasse, okay? Così per una fottuta volta non si lanciavano appresso le cose.
- Non è la prima volta che succede?
- La seconda da quando siamo qui. E' un cazzo di caso clinico, zia. Non si è ancora trovato un lavoro e non so nemmeno che cosa ci siamo venuti a fare qui, stavamo bene a Magnolia e ogni volta che chiedo non mi dicono nemmeno più quando ci torneremo, Cristo.
- Devi darti una calmata, Clement.
- Dobbiamo andare a cercarlo.
- No, ti riporto a casa.
- Ma...
- Non so neanche da dove iniziare, Clem. E se tua madre si sveglia le prende un infarto a non trovarti, quindi ti porto lì, 'kay? 
- No vaffanculo, non torno a casa se non lo trovo, fammi scendere.
- Non-- lascia quella cazzo di portiera!
- Tanto che ti frega a te, ti sei trovata un lavoro e un uomo e la famiglia te la sei scordata, e di pa' non ti frega un cazzo.
- Chiudi quella fottuta bocca prima che ti ci infilo le nocche, Clement King.
Clement borbotta insulti, ma a voce sufficientemente bassa da permettere a Rebecca di fingere di non aver sentito. Il resto del tragitto lo fanno in silenzio. Una volta arrivati al 43 di Panama Street, lei gli poggia una mano sulla spalla mentre lui sta uscendo dall'abitacolo. 
- Faccio un giro nel quartiere e vedo se lo trovo, okay? E piantala di mandare foto a Cornelia Bendis.
Clement strattona via la spalla e si sbatte la portiera alle spalle. Lei controlla che entri nel portone, poi sospira a fondo e si reimmette nella strada.

home #3 - for a little while

1 gennaio 2024, New Orleans

Sulla soglia di casa, Tyonda King saluta sua figlia imponendosi di sorridere, nonostante il cuore minacci di scoppiarle nel petto. Alle sue spalle, sua madre Justine guarda severamente l'uomo bianco che sua nipote ha portato a casa. Ha la schiena dritta e le spalle allineate dei militari, combinate con un cipiglio ieratico da stregona. 
- Non le hai detto nulla.
- Non cambierebbe il corso degli eventi, mama.
- Dovrebbe rimanere qui.
- Lo sa. Ma non può. I morti la tormentano.
- I nostri morti la proteggono più di tutti i gris gris che possiamo donarle o le preghiere di salvezza che possiamo inciderle addosso.
- Ha bisogno di seguire la sua strada.
Justine scuote il capo e inspira a fondo, riempiendosi i polmoni di freddo.
- Dobbiamo parlare di tuo figlio.
- Di Andre?
- E' uscito tre mesi prima del suo tempo, Tyonda. Il giorno prima che uscisse hanno arrestato tutti i ragazzi dei Theroux. Sai cosa diranno.
Tyonda rimane in silenzio e osserva distratta la macchina che si allontana lungo la strada.
- Sai cosa accadrà -, insiste Justine.
- Lo manderemo via per un po', mama.
- Via da New Orleans?
- Chi è rimasto fuori della gente dei Theroux?
- Il figlio di Niquette Pascal ed entrambi i fratelli piccoli Sadine. 
- Lo manderemo via da New Orleans, solo per un po'. Per il tempo necessario.
Justine fissa il profilo di sua figlia per un lungo istante, poi annuisce. Non si dicono altro.

 - - -

18 Gennaio 2024, Philadelphia.
- Che vuol dire che ci lasci l'appartamento? -, chiede Andre sinceramente sorpreso. Rebecca rotea gli occhi al cielo.
- Checcazzo 'Dre, fatti due conti: voi siete quattro, io ho un monolocale con un letto doppio e un divano letto. Dove dovrei mettermi?
- Ti sei rincoglionita da quando hai iniziato ad avere due soldi in tasca? Per i ragazzini mettiamo i cuscini del divano per terra ed è fatta, che ci vuole. Mica si straniscono.
Garrika, passando, sgrana bene gli occhi e guarda suo marito con aria più che truce. Rebecca la rassicura con un cenno delicato della mano che riesce a muovere, facendola procedere.
- Va bene così, ho già spostato tutto.
- Dove?
- A casa di Lucas. 
- Del bianco?
- Sì, abbiamo deciso di vivere insieme.
- Col bianco. In una casetta a schiera dei sobborghi, magari.

Il sorriso molesto di lui si trasforma in una smorfia contrariata quando vede sua sorella guardare altrove, evadere la domanda.
- What the fuck, Bequette...
- Non chiamarmi Bequette. Per qualsiasi cosa comunque basta che mi chiamate e arrivo. L'affitto è pagato per i prossimi due mesi, per cui state tranquilli. Ti ho lasciato sul tavolo alcuni annunci di lavori part time per te e per Garrika, e le scuole per i ragazzini.
- Le scuole? Ma vanno a scuola a Magnolia...
- Sì 'Dre, cristo santo... non è che stanno in vacanza, devi mandarceli a scuola anche se resti solo un mese. E comunque ripasso domani per vedere come siete messi. Okay?
- Okay. Reba...
- Cosa?
- Sei sicura di questo Lucas?
- Perché, che ha che non ti piace?
Andre si produce in una smorfia malriuscita.
- Ha l'aria da sbirro. Sei sicura di conoscerlo così bene come credi, ah? 
Rebecca sorride piano, esausta. Sotto il cappotto, ha bendaggi che reggono insieme ferite ancora fresche.
- Sono abbastanza sicura, 'Dre. Ma grazie per esserti preoccupato. 

if this fear gets the best of me


- Oh  shit. Oh, shit, ooo-oh shit.
Rebecca è fuori dal proprio corpo. Si sporge sul suo corpo-vero e geme senza che nessuno possa sentirla. Un medico le preme i palmi contro il petto per farle riavviare il cuore, ma le macchine continuano a mostrare una linea piatta. I suoni sono più distanti, Lucas sembra terrorizzato. Lei urla al medico di fare qualcos'altro, di provare qualcos'altro. Si infila le mani nei capelli e piange. Qualcosa la strappa da quel piano d'esistenza e la riporta violentemente nel proprio corpo. Il dolore è lancinante.

Chiede a Lucas di andare a prenderle una cioccolata calda. Non appena è sicura che lui si sia richiuso la porta alle spalle, si toglie di dosso il lenzuolo e si guarda le gambe. Le colpisce con la poca energia che ha, senza pazienza si aspetta di muoverle, ma non ci riesce. Quando la mattina dopo Michael aspetta che Lucas se ne sia andato per tornare a trovarla - mentre è cosciente, questa volta - lei gli lancia contro un vaso di fiori e gli urla che nulla di tutto questo sarebbe successo se si fosse fatto gli affari suoi su Osley e su tutto quello che è successo dopo l'attacco all'ambasciata. Che se come si combatte la guerra gli fa così schifo, poteva restare a disegnare power shell nel suo palazzo.

Marcus Dansi le prende i piedi tra le mani e, mentre li muove, le racconta una storia. Lei lo guarda e pensa che vorrebbe anche lei essere diversa dagli altri, divina. O semidivina: semidivina le basterebbe. Avere più tempo sulla terra ed essere sufficientemente forte da poter difendere quel tempo. Il giorno dopo Iris Carter la chiama per dirle che il mondo sta per finire. Prende un respiro profondo e mentre un'altra mezza divinità le ricorda che è in grado di essere più rapida di qualsiasi agente a sua disposizione, lei deve aiutarsi con un paio di pesanti stampelle per uscire dall'ascensore che l'ha portata al piano terra dell'ospedale, e rischia di inciampare due volte.

Mentre suo fratello lotta contro il panico, trascina un borsone pesante fin sull'orlo di una sponda di cemento, poi la suola solida degli anfibi lo spinge e lo fa affondare nel Mississippi. Sei anni e mezzo dopo apre gli occhi lentamente e trova Lucas addormentato seduto, accanto a lei, con il viso affondato nelle braccia conserte poggiate sul materasso. Gli accarezza i capelli piano, per non svegliarlo. E' un uomo anche lui - solo un uomo. Nessuno di loro due sarà mai nient'altro. Possono solo fare del loro meglio con ciò che gli è stato dato.

home #2 - we had a bet


Lucas fa la fila al bancone per prendere da bere, mentre una Rebecca già brilla, con il respiro accorciato dal movimento, si lascia cadere seduta su uno dei divanetti dello scantinato di Magnolia riadibito a locale per ballare. Roe le porge uno spinello da cui lei riesce a fare giusto un paio di tiri prima che anche Andre caschi accanto a lei, sfilandoglielo dalla mano. "Non dovresti..." prova a dirgli lei; "e tu sì?", la azzitta lui.

Sospira. Roe le bacia la tempia e Andre tira i capelli a Roe solo per darle fastidio e passare il braccio dietro le spalle della sorella. 
"Ci avevamo scommesso che un giorno c'avresti riportato un bianco a casa, sis'", dice lui, e da lontano guarda Lucas che non se la prende per la spallata che riceve da una donna ubriaca che gli passa davanti.
"Eh?"
"L'abbiamo considerato
- gli fa eco Roe - quando ti sei arruolata, ma pensavamo sarebbe stato intanto che stavi nell'esercito, non dopo averlo lasciato per andare nel culo delle Americhe."
"Philadelphia non è il culo delle Americhe."
"Non è neanche il centro
- replica Andre, sorridendo beota - e la buttafuori del cazzo potevi farla pure in Louisiana, no? Non abbiamo abbastanza locali di merda che incontrano i tuoi gusti, Bequé?"
"Non chiamarmi Bequé."
"Che poi è carino, eh. Educato...
 - sbadiglia Roe, protendendo un braccio dietro la nuca di Rebecca solo per sottrarre lo spinello alle dita di Andre - ha un bel culo."
"In cui qualcuno ha infilato un palo."
"Roe, non parlare del suo culo. 'Dre, ora piantala."
"Devi difenderlo? E' sensibile?"
, la prende in giro Andre.
Roe ride tra i denti, intossicata: "Dobbiamo riconvertire la scommessa su quanto durerà"
"Con o senza pal--"
"E' il sesso migliore che abbia fatto in vita mia e non vedo l'ora di uscire da qui così da potermelo trascinare in un vicolo e saltargli addosso mentre voi andate a prendere la macchina."
Roe sbatte le palpebre un paio di volte, mentre il volto di Andre si piega a rilento si un'espressione di terrificato disgusto. Rebecca sorride piano, solo adesso soddisfatta.

"Mi siete tanto mancati", commenta finalmente allegra, con un tono pieno di contraffatta frivolezza, mentre Lucas torna verso di lei con due bicchieri di ottimo Hennessy.

home #1 - did you hear the news?


Rohandra Mack - ma lei la chiama Roe - era la donna del fratello che ha tatuato sul polso sinistro, ma è stata Rebecca a presentarli per la prima volta, un decennio prima. E' una ragazza con ricci mori e disordinati, che la aspetta al Louis Armstrong New Orleans International Airport a braccia spalancate. Rebecca le salta in braccio e la insulta, Roe la piglia per le cosce e barcolla all'indietro, rischiando di cadere. Sei così fottutamente figa, le dice Roe, e Rebecca le  bacia la fronte prima di tornare con i piedi per terra (letteralmente). La sua quasi-sorella allunga lo sguardo alle sue spalle. Scruta Lucas da capo a piedi, storcendo un sorriso incredulo e pieno di divertitissimo sarcasmo. "Perché hai detto a tua madre che era nero? - le chiede, ridendo - pensi di dipingergli la faccia prima di arrivare?"

La macchina di Roe è vecchia, ma funzionante. A Lucas è spettato il posto davanti, mentre Rebecca fa le capriole sui sedili posteriori per cambiarsi d'abito. Dismette i jeans, la felpa, i capelli disordinati. Si pettina e si mette lacci e forcine tra i ricci stretti, tornati alla loro consistenza naturale, e poi tira fuori dalla valigia gli abiti stirati che ha portato per l'occasione. Intanto, Roe s'informa. Chiede a Lucas di quello che fa, di come si sono conosciuti. Lui ogni tanto lancia un'occhiata nello specchietto retrovisore, intercettando uno scorcio di pelle tatuata e un veleggiare di gonne ampie e maglioni scuri e accollati. Ripete quello che si sono promessi di raccontare a tutti. Lavorano insieme. Nel settore della sicurezza privata. Prima che possa indagare ulteriormente, Rebecca riacchiappa la conversazione.
- L'officina va bene?
- Cammina. Le macchine continuano a rompersi e io continuo a ripararle. Da quando il vecchio ha fatto quel casino alla mercedes di Augustin ho preso in mano io le cose.
- I gemelli stanno bene?
- Stanno bene, stanno bene... mi fanno dannare, cristosanto, non hanno nemmeno sei anni ma la testa dura del padre l'hanno ripresa entrambi.
- E gli altri ragazzini?
- Quella di Tariq e Tanika è piccola così...
- Ho visto solo le foto che mi hai mandato tu.
- Un sorcio con dei polmoni...
- Clement e Mathilde?
- Bene. Meglio, ora che il padre è uscito.
Rebecca si sta infilando le scarpe basse e discrete, ma drizza le orecchie come una volpe che ha appena fiutato un coccodrillo.
- No, esce a marzo.
- Usciva a marzo, ma l'hanno fatto uscire due settimane fa.
- Perché?
- Checcazzo ne so? 
Roe indaga l'espressione della quasi-sorella nello specchietto retrovisore. "Conoscerò tuo fratello?", chiede Lucas. 

Rebecca si strofina una mano sul viso, riemergendone con un sorriso storto e teso. "Sembra proprio di sì".

* * *

Ad aprire la porta è proprio Andre. Alto due metri, con spalle larghe e la tendenza ad ingobbirsi di tutte le persone costrette a guardare il mondo dall'alto verso il basso. Mette in fila trentadue denti candidi in un sorriso felice e furfante. Spalanca le braccia per stritolare sua sorella piccola, e mentre lo fa incocca lo sguardo su Lucas.
- I thought you said he was Black, Reba.
- I said his name was Black - geme Rebecca.
- Someone will have to tell granma -, ride lui.

torches in the night sky


Rebecca King si veste negli spogliatoi del Building. Indossa il giubbotto antiproiettile e lo prende a pugni per sentire i colpi rimbombare nella sua cassa toracica. Inspira a fondo, con la prepotenza di chi l'ossigeno deve conquistarselo prima di respirarlo. A mille e duecentoventi miglia da dove sua madre le ha detto che sarà sempre al sicuro, spera che il fuoco non le bruci i simboli di protezione che ha tatuato sulla pelle da anni, e che le hanno impedito di tirare le cuoia fino ad oggi. Lo crede davvero - crede che le benedizioni di sua madre funzionino, e spera che funzioneranno ancora per un po', visto che non vengono rinnovate ormai da almeno un anno. L'ultima volta che l'ha vista le ha detto che rifiuta tutte le sue storie - i loa, i santi e il voodoo -, ma la notte continua a lasciare offerte sotto lo zerbino dell'ingresso di casa sua. 

Aspetta che tutti siano usciti dallo spogliatoio, resta indietro. Seduta sulla panca, punta i gomiti sulle ginocchia e unisce le mani, stringendola l'una contro l'altra. Si passa le nocche sulle labbra, poi china il capo e le preme contro la fronte abbassata. Mormora una preghiera per se stessa e per Lucas, usando le parole che ha imparato a New Orleans, una vita prima. Non sa se funzioneranno anche a Philadelphia e si vergogna di pensare che abbiano mai avuto un valore anche in Louisiana, ma le dice lo stesso - ha paura ed è stanca di perdere persone. A ben vedere, è esausta.

nothing will ever grow on this ground


Lucas se la spinge dietro di sé. Rebecca non capisce subito cosa stia succedendo: si sono rincorsi lungo tre piani di scale, si sono trascinati addosso mani e risate e dieci passi dalla porta lui l'ha strattonata per ripararla. Lei si sporge dall'altezza del suo gomito e capisce perché si è allarmato: un uomo con uno sgualcito completo nero è seduto per terra, con la schiena contro la sua porta. Quando lo chiama per nome, incredula ("Michael?") Lucas si calma e si cruccia. 

Michael ha più di trent'anni e meno di quaranta e indossa un occhio livido e un labbro spaccato con una certa eleganza. Solo il vestito che porta deve costare come un mese dell'affitto di quel buco nel Southside sulla cui porta ha aspettato. Ha un velo di barba e i denti dritti e candidi di chi è cresciuto con un'assicurazione sanitaria costosa, al polso sinistro un Omega da quattromila dollari (Rebecca lo sa perché una volta glielo ha chiesto) e quando si alza lo fa lentamente, come se dovesse stare attento a qualcosa che gli fa male tra il costato e i polmoni. Il primo istinto di lei è andargli incontro e sorreggerlo, ma Michael guarda Lucas e lei si ferma a metà strada. 
- Stai bene?
- Possiamo parlare da soli?
Lucas sembra farsi un po' più alto, con spalle un po' più larghe. Rebecca ha le scuse annidate all'angolo degli occhi, e gli promette che lo chiamerà domani. Lo sente scendere gli scalini rapidamente. Poi si caccia le chiavi dalle tasche e apre la porta di casa sua.

- - -

- Non sapevo fossi tornato negli Stati Uniti.
- Lo conosco?
- Forse. Era nelle Forze Speciali anche lui. 
- Secondo te ha riconosciuto me?
- Non lo so. Ti sei tolto il casco con molte persone, in Siria?
Michael è tutto tranne che stupido. Qualcuno direbbe che è una delle persone più intelligenti del paese. E' stato il più giovane afroamericano iscritto alla Mensa, ha conseguito una laurea e un dottorato in ingegneria spaziale e i brevetti alcuni dei suoi progetti sono stati venduti per milioni di dollari ad alcune delle maggiori multinazionali del settore. 

E' stato anche parte della squadra corazzata affiancata alle Special Forces in Medioriente, quelli che nelle camerate venivano chiamati le tartarughe: un intero gruppo di assaltatori addestrati all'uso delle Power Shell più all'avanguardia dell'intero esercito americano, equiparati negli scenari di guerra a ciò che i Guardiani sono all'interno dei confini nazionali. Lui e Rebecca si sono conosciuti così.
- Mi dispiace non averti sentito prima. Sono tornato da un po'.
- Non importa.
- A mia discolpa, non pensavo che di tutto il paese, ti avrei trovato proprio a Philadelphia.
- Neanche io.
- Io sono di Philadelphia.
- Credevo saresti rimasto oltreoceano per un altro bel pezzo, tutto considerato. O che non avresti avuto la faccia di venire a cercare me.
Rebecca si siede sul divano vicino a lui e gli poggia una busta di piselli surgelati sulla faccia, in corrispondenza dell'occhio annerito. Lui piega le labbra in una smorfia addolorata, tende tutti i muscoli ma poi si rilassa lentamente, come una bestia selvatica che ha bisogno di essere tenuta ferma a pieni muscoli prima che si calmi. Lei gli lascia la busta sulla faccia. Rimangono in silenzio per un po'.
- Parli come se fosse stata colpa mia.
- Mi sono addormentata e risvegliata in un mondo in cui non mi sei costato la carriera nelle Forze Speciali?
- Tu ti sei giocata la carriera nelle Forze Speciali, Rebecca.
- Magari avresti potuto essere un po' più comprensivo, tutto considerato.
- Bastavi tu ad essere indulgente con te stessa. 
- Non sai di che parli.
- So che quando è uscito fuori tutto--
- Quando tu hai fatto uscire fuori tutto.
- ... Quando è uscito fuori tutto avevi un sacco di scuse per te stessa.
- Non tutti nascono con la camicia, Michael. Gli errori capitano se non hai soldi a palate per aggiustarli e un Q.I. sovraumano.
- Non è stato un errore.
La voce dell'uomo si abbassa di un tono, sembra arrivargli direttamente dal centro del torace e rimbombare tra cuore e costole prima ancora di arrivare alle labbra.
- E' stata una condotta criminale e dolosa che è andata avanti per due anni prima che accadesse l'irreparabile, e tu hai concorso agli eventi, Rebecca. Mi sono esposto per te. Saresti potuta finire di fronte a una corte marziale piuttosto che congedata senza neanche un demerito nel curriculum. 
- Cosa vuoi, Michael?
Rebecca sorride, negli occhi scuri si annida un'amarezza antica. Lui sospira a fondo. Lascia i piselli surgelati sul cuscino del divano.
- Ti ricordi quando... progettavamo di lasciare l'esercito, venire qua a Philadelphia e registrarci come vigilantes... insieme?
- Le cose sono cambiate, non credi?
- Nondimeno... c'è qualcosa che vorrei condividere con te. Se mi permetti di mostrartela. Domani mattina?
- Domani mattina lavoro.
- Puoi prenderti qualche ora libera.
- Perché vorresti lavorare con me, comunque? Dopo Osley...
- Perché mi piace pensare che tu valga di più della somma delle tue colpe. 
Rebecca sta per rispondere, ma poi gli occhi le precipitano verso il basso. Michael sospira a fondo e, con qualche difficoltà, si alza in piedi. Zoppica pesantemente fino all'uscita, senza controllare il suo orologio da quattromila dollari. Si ferma sulla porta poco dopo averla aperta. Si volta, alleggerisce il tono di voce.
- E' tanto meglio di me?
Rebecca tira su col naso e si trascina la manica sugli occhi, e solo allora è pronta ad alzare la testa e metterlo a fuoco. Gli rivolge un sorriso tutto diverso, pieno di veleno dolcissimo.
- Non mi ha ancora rovinato la vita, quindi... direi di sì.
Michael ride molto piano, annuisce. Poi si trascina oltre l'uscio, chiudendosi gentilmente la porta alle spalle.