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as long as you stay


Maximilian Lee sostiene che sono le nostre azioni a definirci, e Rebecca King sa di essere pericolosa perché nella vita non ha fatto che prendere decisioni rischiose. Il viaggio in elicottero sembra non finire mai e lo fa tutto in apnea, per essere sicura di non disturbare il respiro di Lucas con il proprio. Ogni tanto i macchinari suonano in maniera inusuale e ogni allarme che ha in corpo inizia a farle contorcere le viscere. Le viene da vomitare ogni volta che la possibilità di perderlo tra Philadelphia e New Orleans si fa più consistente, finché nello stomaco non le rimangono solo la bile e un terrore cieco. Ha lasciato ogni cosa, ma l'ha fatto abbastanza rapidamente? Ha perso tempo? Avrebbe dovuto ascoltare Spencer Queen? Ha trovato fiducia liquida nell'ultimo sguardo che Lucas è riuscito a offrirle prima di piombare nel sonno chimico, ma se la meritava? Sta per ucciderlo?

Connor McGallaghan salverà gli Stati Uniti d'America dalla catastrofe nucleare e mesi prima le chiese, in un locale fumoso con la musica troppo alta: da quanto tempo esiste questo Lucas? Lucas esiste da prima di lei ed esisterà dopo di lei, l'ha sempre pensato: è bravo a evitare il pericolo almeno quanto lei è capace di incassarlo, è bravo a ragionare sulle cose esattamente quanto lei è brava a placcarle di peso, è bravo a prendere la mira almeno quanto lei è brava a sparare due volte. Morire per primo è una vigliaccheria che non gli si addice.

Il cuore smette di battergli per la terza volta in ventiquattro ore mentre l'elicottero sta calando sul tetto dell'ospedale. Una pletora di barellieri, medici e infermieri lo spingono correndo in rianimazione, mentre lei li segue col cuore in gola e inciampa su ogni parola che vorrebbe dire, cerca di scavalcarli, di rimanergli vicino, e finge di non sentirci quando un infermiere la spintona lontana e, pieno di frustrazione, chiede chi ha avuto la fottuta idea di spostarlo? Prova a entrare nella sala di rianimazione con lui, ci vogliono due persone per trattenerla fuori mentre lei si agita, si solleva, urla minacce e si sporge per vedere il suo petto sussultare delle cariche elettriche che gli bruciano la pelle nel tentativo di fargli ripartire il cuore. Confusa, non si rende quasi conto che la sua famiglia è lì. Che l'unico fratello che le rimane sta chiedendo agli infermieri di farli passare e che sua nonna le poggia un palmo tiepido sulla nuca, chiedendole basta. Basta, Rebecca King. Ne dichiarano il decesso alle sedici e diciotto in punto. 

Non ho mai voluto una donna quanto voglio te. E non ho mai amato una donna, quanto amo te.

I medici se ne vanno, seguiti da infermieri convinti a lasciare la famiglia da sola dai singhiozzi increduli di una donna che poco tempo fa era tra i capi della più importante agenzia federale del Paese. Si lascia scivolare all'indietro mentre geme come una bestia da caccia appena catturata in una tagliola, e se non cade a terra è solo perché Andre le preme il proprio petto contro la schiena e le circonda le spalle con le braccia. Le lacrime non le fanno vedere niente, ma va bene così: non vuole vedere. Non vuole vedere sua madre che si avvicina alla barella con la pacifica calma che nulla è mai riuscito a sottrarle, neanche la morte dei suoi stessi figli. Non vuole vederla fare un cenno ad Andre, e non vuole vedere Lucas - soprattutto Lucas -. Per cui quando Andre la trascina verso di lui, piange di lasciarla andare. Dice che non vuole, dice che non voleva, e mentre un terremoto le scuote il petto impedendole di respirare dice sono arrivata tardi, ma', volevo arrivare prima, sono arrivata tardi, perdonami, perdonami, perdonami. Si agita e si batte anche quando Andre le prende i polsi e li consegna a Tyonda King. 

Lei glieli bacia, entrambi. Su uno c'è scritto "Jamal", sull'altro "Tariq". Lutti in fila, lutti simmetrici. Le conduce i palmi sul petto nudo di quello che è stato suo marito fino a un attimo fa, e glieli tiene fermi mentre Rebecca scivola in ginocchio vicino alla barella, con il capo abbassato e neanche lo spazio per un respiro nei polmoni. Andre la costringe a rialzarsi, mentre Justine, sua nonna, le passa le dita sulle tempie sudate e tra i capelli intrecciati. Sua madre sospira a fondo. Aspetta con la pazienza dei santi, Attende che la rabbia lasci il posto a una disperazione sedimentata. Che la polvere si adagi sul terreno. Rimane dritta come una quercia, mentre sua figlia rimane piegata su se stessa, spezzata da un vento più forte di lei. 

"Rebecca", la chiama piano, con una dolcezza tiepida. "My child, my love. Sei al sicuro. Sarete al sicuro."

Alle sedici e ventidue un'ombra di colore si affaccia su zigomi immobili. Una promessa.


water


«Se muoio, saranno fatti miei.»

- - -

Anni prima, Tariq le diceva qualcosa di non troppo diverso. Non a voce, ma con l'arroganza dei delinquenti da due soldi del loro quartiere. Col petto in fuori e l'aria di un pitbull sempre pronto ad attaccar briga. In questo, il ragazzino è leggermente diverso: non risponde. Quando Rebecca prendeva a schiaffi e spintoni suo fratello, suo fratello prendeva a schiaffi e spintoni lei. Andre li divideva e Jamal li guardava da lontano, scuotendo la testa (già allora si sentiva migliore di tutti loro, destinato a cose più grandi che non fossero rimanere incastrato a Magnolia per il resto della sua vita).

- - -

« Wake - the fuckin' - up. Su questa strada non sei niente, sei una vittima del sistema, un topolino rimasto schiacciato dagli ingranaggi. Sei nella catena di montaggio. Questa è la catena di montaggio. Non la stai mettendo in culo ai potenti, ragazzino, stai chinando la testa e facendo il gioco di chi ti ha messo nelle condizioni di fallire. E sarai l'ennesimo poveraccio che non avrà avuto la forza di tirarsene fuori.»
- - -

Non è che solo perché a te è andata bene, le aveva detto Tariq, vuol dire che può andare bene a tutti... guarda come è andata a Jamal. Io qua ci vivo, non come te che sei scappata mollando tutti. Poi chi resterà con ma' e la famiglia, ci hai pensato? 'Dre e la merda che si cala? 'Dre che non si sa quando esce? Che cazzo di ipocrita: tu ti sei arricchita e vuoi impedirmi di fare i soldi buoni nell'unico modo che conosco. Well, try 'n stop me: non puoi. Perché non sei più qui. Non ci sei da un sacco di tempo.

- - -

Lucas le ha detto che lui avrebbe sparato alle gambe. Non ha voluto spiegargli di come ogni cosa alla periferia dello sguardo e della mente le si offuschi non appena prende la mira. Le hanno insegnato a causare il massimo danno nel minor tempo possibile, e quella memoria ce l'ha ancora nei muscoli, anche se prova a cancellarsela dalla mente. Gli ha detto di volere dei figli, però. Se sopravviveranno. Se un suo ennesimo errore non causerà la distruzione di metà paese. Tutte le notte sale sul tetto del building, si siede sul bordo e pensa tutto questo potrebbe non esserci domani. E lo ripete a bassa voce, per sentire come suona. Tutto questo potrebbe non esserci domani. Ma a differenza di tutte le altre notti, questa volta si sporge appena di più. Non serra i muscoli, e si lascia scivolare in avanti. Nel vuoto.

- - -

A otto anni si nascose dietro la porta socchiusa del soggiorno di casa loro nonostante loro nonna Justine avesse spedito tutti nelle loro stanze. Era abbastanza grande da sapere che Batiste fosse disperso dopo l'uragano, ma non abbastanza da sapere cosa volesse dire. Pensava soltanto che fosse perso, che non riuscisse a ritrovare la strada. Immaginava il padre biologico di Tariq - che li aveva accolti tutti quanti come fossero figli suoi - vagare confuso nella New Orleans distrutta, senza riuscire a ritrovare la strada di casa, orfano di tutti i punti di riferimento lavati via dalla corrente. Tyonda piangeva sul bordo del divano, dicendo che l'avevano ritrovato nelle celle allagate della stazione di polizia, con i polsi stretti dietro la schiena, i polmoni pieni d'acqua e sul viso gonfio di morte punti più morbidi, più cedevoli, tumefazioni che nessun coroner avrebbe analizzato. Tyonda singhiozzava che era colpa sua e Justine le asciugava le lacrime, ricordandole che non potevano proteggere tutti quanti. Arriva il giorno, disse Justine, in cui devi scegliere.

- - -

A differenza di un proiettile, più si avvicina a destinazione, più prende velocità. Il viso di Sheridan Hoover si confonde già nella sua memoria: dimentica presto le persone che lascia voltando loro le spalle. Un pezzo alla volta, si sempre più isolata. Assediata dalla cattiva fortuna, con la schiena contro il muro. Questo potrebbe confessarlo a Dana, o è meglio che non lo sappia? Questo senso di fine imminente, di un destino avverso già scritto nella pietra. Apre il mantello-aliante all'ultimo momento utile, lo strattone verso l'alto le disloca una spalla che poi chiederà a Tremaine di rimetterle a posto prima di tornare a casa. L'adrenalina non le fa nemmeno sentire il dolore per tutto il tempo che è in aria.

- - -

Questa casa è sicura, le disse sua madre quando aveva otto anni. Sarete al sicuro, finché rimarrete in questa casa. Lei era una bambina e ci credette, ma salì ugualmente sul tetto, di nascosto, nonostante Justine li volesse tutti nelle loro stanze. Sotto l'uragano, vide sua madre sollevare le braccia con i palmi offerti alle onde minacciose, bracci irregolari del Mississippi che una diga fragile non aveva saputo contenere, a cui non aveva saputo resistere. Ricorda sua madre muovere le labbra, ma non ricorda cosa stesse dicendo. Una cantilena, o forse una preghiera. Ricorda lo spavento di temerla trascinata via, e poi come il fiume d'acqua che l'aggrediva di biforcò di fronte a lei, lambendole l'orlo degli abiti e poi allargandosi sempre di più, lontano dalle fondamenta del loro palazzo. Del loro intero blocco. Ricorda la voce di sua madre più forte, ma non ricorda cosa stesse dicendo. Una promessa, o forse una minaccia. I suoi figli sarebbero stati al sicuro, finché sarebbero rimasti in quella casa. Ma prima o poi l'avrebbero lasciata. Prima Jamal, poi Tariq. Presto Rebecca King. Uno a uno, l'acqua li avrebbe trovati. E sarebbe riuscita a trascinarseli via.

out of key


New Orleans, Louisiana
ore 02.23 A.M.

Casa di Garrika King non è grande né piccola. E' esattamente della grandezza che viene assegnata a nuclei familiari di quattro persone lì a Magnolia. E' più grande di quella in cui sono stati a Philadelphia, a Panama Street, questo è certo, ma Garrika avrebbe preferito rimanere a nord, lontana da New Orleans. Andre ha insistito per riportarli in Louisiana, hanno fatto le valigie e traslocato di nuovo nel giro di quarantotto ore. Adesso i suoi figli - una bambina riflessiva e un adolescente ruspante - dormono entrambi nella loro stanza. Lei aspetta sullo stretto divano in soggiorno, tra le dita uno smartphone di vecchia generazione che replica all'infinito le immagini di un ampio velivolo che si schianta contro un mostro grande come un palazzo, spingendolo in avanti in un portale in cui sparisce. E il velivolo con lui. Philadelphia.

Sente la chiave di Andre graffiare la porta, sbattere almeno quattro volte prima di trovare la sua strada nella serratura. Si asciuga il viso e si alza in piedi. Quando suo marito barcolla all'interno, trascinando i piedi e rischiando di inciampare più di una volta in tre metri, lei deglutisce il nodo che le stringe la gola e si sforza di non rovesciargli addosso tutta la sua delusione, come fa sempre. Andre, che non si aspetta di vederla sveglia, tende un sorriso che muove solo le labbra, lasciando gli occhi appannati. "Sei proprio la più bella delle stronze quando m'aspetti sulla porta, ah, Gar Gar?", farfuglia mentre si appoggia al divano e poi ci si schianta. Garrika si asciuga gli occhi per la seconda volta.

"Ha chiamato tua madre due ore fa."
"A-ah? Mi prendi un bel bicchiere d'acqua, mi fai il favore?"
"Si tratta di tua sorella."
"Di nuovo, ah-- da mangiare? Me l'hai lasciato qualcosa per cena? Sto morendo di fame."
"Andre."

Andre. La voce di Garrika si spezza su quelle due sillabe in maniera più chiara, Andre drizza le antenne e oscilla occhi opachi su di lei. Da qualche parte sul retro del suo cervello suona, flebile, la sirena di un allarme mormorato. Tiene la bocca aperte, il corpo abbandonato sul divano, le pupille tutte tirate a destra, su Garrika. Il capo non lo volta, quello no: sa che è meglio tenerlo defilato se non si vogliono prendere i pugni sul naso.

"Ha chiamato per tutta la sera dicendo che aveva avuto un incubo dei suoi, era agitata, Roe è andata da lei. Poi due ore fa l'ha chiamata Lucas Black, ed è tua sorella, Andre..."
"Cosa è successo?"
"Non lo so. E' scomparsa. Era assegnata a una missione e... in tv continuano a mandare il video: un aereo che si schianta contro un mostro di dieci metri e poi scompare assieme a lui. Lucas Black dice che quell'aereo lo pilotava lei."

Sotto qualsiasi cosa stia Andre King, non gli impedisce di capire, ma gli toglie tutto il peso della consapevolezza. Sprofonda nel divano senza dire niente, le pupille tornano per inerzia di fronte a sé, prive di messa a fuoco. Boccheggia a vuoto un paio di volte, mentre sua moglie rimane in piedi di fronte a lui, esasperata dalla sua immobilità.

"Andre, mi hai sentito? Rebecca è dispersa. Rebecca è morta. Di' qualcosa."

Lui scuote il capo molto piano. Si sfiora con le dita i tatuaggi con i nomi dei suoi due fratelli: glieli ha disegnati sulla pelle sua sorella, e lui ha tatuato gli stessi nomi su di lei.

"Ho solo due polsi", mormora. sembra quasi distratto. "Ho solo due polsi, e nessuno di loro avrebbe mai dovuto lasciare New Orleans."

* * *

Tyonda King si è premuta una mano sulla bocca mentre sua madre la raccoglieva tra braccia solide. Lucas Black, dall'altro capo della linea, esitava nel dirle che avrebbe voluto sapere come si fa a pregare. Tyonda scuoteva il capo e si impediva di piangere. "Devi riportarla a New Orleans, Lucas Black" gli dice, con un tono più deciso di quello che ci si potrebbe mai aspettare. "Tutta questa follia non ha più un senso. Devi trovarla. E una volta trovata, devi riportarla a New Orleans."



a losing game



[...] Ma non partiamo dagli stessi presupposti, no? «Si sporge appena in avanti, d'istinto.» Per me è successo che un mio presunto amico ha sparato senza motivo al mio fidanzato, non degnandosi poi di cercarmi nemmeno mezza volta in un mese. «Arriccia le labbra in una smorfia accennata, che sostituisce senza troppo trasporto una scrollata di spalle.» Per te è lavoro.

* * *

New Orleans, 2020

Sente la terra smossa dietro la nuca. Il cielo limpido le pesa sul petto come le peserebbero esattamente quindici metri cubi di suolo. L'ultima cosa che si sono detti, lei e Jamal, è stata buona fortuna. Infila le dita nel terreno, fin dove arriva. Cerca di farsi albero, piantare le radici, lasciarsi crescere addosso il muschio d'inverno, venire riassorbita fino al cuore della terra. Ma è solo un fazzoletto verde in una scatola di cemento crepato. Si bussa contro il petto per essere sicura di averci ancora qualcosa dentro. Chiude gli occhi e le sembra di sentirne l'eco, e pensa che quello sia il dolore più grande al mondo, ignorando che di peggiore di perdere un fratello esista soltanto perderne due. E che le sue ossa sono in grado di assorbire entrambi i colpi.

* * *

«[...] Si passa la lingua tra le labbra, le sopracciglia si sollevano per un secondo solo alle sue ultime parole, come tirate da due ami fragili. Alza gli occhi su di lei. Si passa la punta della lingua contro il palato, esita visibilmente. Ma qualsiasi cosa volesse dire, non la dice. Invece sospira, scuote leggermente il capo, fa scivolare gli occhi di lato.» già. Per me è lavoro.

the shape you made me


- E che cosa vuoi, Rebecca?
- Un angolo di vita che non sia un campo da battaglia.
* * *
Lo so che sei incazzato ma è passato un mese senza che ti facessi vivo e quando chiamo Garrika non mi fa parlare neanche con i ragazzini, mi sono rotta i coglioni di questa storia, di te e ti riparare i tuoi fottuti problemi senza ricevere niente in cambio, mi giri le spalle come se fossi l'ultima delle stronze e ora neanche Roe mi risponde. Ho fatto tutto per te 'Dre, ti ho dato soldi quando ne avevi bisogno e ho fatto molto più che darti soldi, e lo sai, e tutto ciò che riesce a venirti in testa dopo ventisei anni è questo fottuto risentimento del cazzo nato perché ho lasciato Magnolia, perché ho provato a fare qualcosa di meglio con la mia vita e ci sono riuscita. Aveva ragione Jamal quando diceva che siete un buco nero, che la nostra famiglia risucchia tutto e ci toglie la possibilità di fare cose, di diventare qualcuno, perché per qualche motivo non andare in galera a diciott'anni e non girare con una pistola nei pantaloni e non spacciare né farsi come degli stronzi è un tradimento di quella bella lealtà che ti sei pure tatuato sul collo. Lealtà di cosa? Lealtà a chi se io sono tua sorella e conosco solo la tua schiena? Funziona che dobbiamo stare vicini solo quando la nostra vita va a puttane? Vai all'inferno. Andateci tutti, uno per uno, voi e la vostra mentalità del ghetto del cazzo, io ne sono uscita, e mi ci sono voluti otto anni ma ora basta. Vuoi essere lasciato in pace, vuoi che i tuoi figli si scordino di me? Bene, racconta a tutti che sono io il nemico, raccontalo a Roe che quella ci crede anche e vent'anni che la conosco non hanno contato nulla, sembra, dillo a Garrika e a Tanika e ai tuoi figli e ditelo ai figli di Jamal e a quello di Tariq, dillo a nostri vicini di casa, dillo a nostra madre. Non me ne importa più niente, non sono io che dovrei nascondermi. Ma tu. Sei tu che non hai fatto niente di te, solo dei figli di cui non ti sai prendere cura e che deludi ogni giorno. Continua a bere, a bucarti, continua a gettarti nel cesso, non è più un mio problema. La prossima volta che ci rivedremo sarà al tuo funerale, ormai a New Orleans ci tornerò solo per i morti e il prossimo sei tu.
* * *

Bruciami la pelle spanna a spanna, hai palmi bollenti e gli errori hanno l'abitudine di rimodellarmi la pelle come se fosse di creta morbida. All'improvviso abito un corpo che non conosco e ogni mattina mi passo le dita sulla bocca, sul naso e sulle sopracciglia per controllare di avere ancora la stessa faccia con cui mi sono addormentata. Trasformami in carbone e poi soffiami tra i capelli per ravvivarmi e vedere se ci sono ancora rami buoni da ardere, ma fallo con discrezione, dimenticatelo non appena il fumo si alza e si spande e io mi perdo nell'aria dov'ero prima torna ad essere un luogo freddo.

Rompimi le ossa, non serve un manuale per farlo. Basta prendere la mira e colpire forte, e poi continuare a battere per scoprire in quanti modi diversi riesco a spezzarmi finché rimane niente a sostenere questi muscoli che ho addestrato alla lotta per anni, perché solo quelli ho potuto trasformare, mentre le ossa mi sono rimaste quelle di mia madre. Si sgretolano senza fatica, se vuoi puoi limarle per vedere se sento dolore, e se ce la fai puoi prenderti quello che proteggono. Trasformale in polvere, oppure ridisegna la struttura del mio scheletro, mettile in ordine come pensi sia meglio, come credi che abbiano più senso per te, per l'aspetto che pensi debba avere una cassa toracica, per come deve legarsi una spina dorsale. Se ne esco paralizzata puoi dire che è stata colpa mia dall'inizio, io non risponderò niente e tu saprai di avere ragione.

Asciugami il sangue: non mi serve, tutto ciò che fa è tradirmi. Lascia che un macellaio ti insegni il modo esatto per drenarmelo dalle vene e poi sii abbastanza paziente da sederti e guardarmi mentre lo raccolgo in bottiglie di vetro, e poi scrivi sull'etichetta a chi apparteneva: non sono più io, sono già un'altra e con i polsi asciutti non ho più niente a legarmi al posto dove sono nata, al destino dei miei fratelli o ai riti di mia madre e di mia nonna. Dissanguami, fallo per liberarmi - le mie arterie scendono nella terra come radici e non c'è modo di reciderle se pulsano di chi ero prima, quindi falle stare zitte, non voglio più questi nodi.

Tagliami tutti i capelli e regalami una crema che mi schiarisca la pelle, vestiti adeguati a coprirmi i tatuaggi e le cicatrici, un coltello per cavarmi entrambi gli occhi - sono vecchi e usati, incrostati di sporco, abili a vedere solo ciò che vedevano dieci anni fa e io non li voglio. Regalameli nuovi, lucidati, magari azzurri. Me li spingerò nelle orbite e batterò le palpebre tre volte, alla quarta il mondo sarà già nuovo. Lavami con la varechina e avvolgimi nella plastica, ora sono pronta. Ci sono, sono come mi hai voluto. Come mi hai fatta.

* * *
- [...] Ogni volta che mi tolgo la divisa sono esausta.
- Smetti di indossarla, se ti uccide in questo modo.
- No. Mai.

you can't turn your back on me

Odia Jacob Livingstone da ben prima di vederlo, da ben prima di conoscerlo. E' un odio fazioso che sente nella pancia, e che diventa viscerale non appena si rende conto che gli creerà problemi, che dovrà passare sotto attento scrutinio ogni singola azione fatta dai suoi uomini. Non lo vuole fare: la convinzione con cui crede che non abbiano fatto errori è cocente, totale, quasi obnubilante. Dopo la deposizione di Hoover non dice nulla, ma quando lui esce dalla stanza lei si rilassa sulla poltrona con la sicurezza arrogante di chi non ha nulla da temere, di chi ha già deciso come andrà a finire. Quando lascia parlare Livingstone sta già pensando che le sue moine non serviranno a niente, che da quell'indagine non otterrà nulla di ciò che desidera, perché è un criminale e non se lo merita, non si merita di essere difeso dalla Legge su cui ha sputato sopra, su cui i suoi amici in maschera sputano sopra tutti i giorni: si meritano, tutti loro, di conoscere solo il braccio duro di quella Legge, non lo scudo. La punizione e non la tutela.


E' una formalità, lo pensa fin quasi alla fine. Lo pensa durante tutto l'interrogatorio di Jamie, e quando spegne la telecamera ha già determinato che tutto si chiuderà come è iniziato: con un nulla di fatto. Proteggere i suoi è il suo compito e tutelare la compattezza del gruppo e la fiducia dei suoi uomini nei suoi confronti è più importante di qualsiasi pretesa portata avanti da un avanzo di galera, nessuno si aspetterebbe nient'altro da lei. Nessuno dovrebbe. 

Poi Jamie esplode. Lo fa perché è ferito e preoccupato, e non dall'indagine - Rebecca lo sa. Parla del sacrificio di tutti loro, parla del suo sacrificio e dichiara di essere stato ferito e umiliato da chi lotta per difendere. Parla di legge fallibile e lei gli chiede di non voltare le spalle all'Agenzia. Quando lui dice che sa di essere nel giusto, di non essere nato per sbagliare, la spina dorsale di Rebecca viene percorsa lentamente da una colata gelida di terrore. Si sente disorientata, senza bussola. All'improvviso non si riconosce - una sensazione nota che, prima d'ora, non ha mai percepito con così tanta violenza. Le fa l'effetto di una botta in testa ben assestata, di un salto al centro di un mare in tempesta, senza bussola e senza salvagente.

Invece di tornare a casa, risale nel suo ufficio. Chiama il suo assistente e gli chiede di riprendere tutti i fascicoli riguardanti l'indagine. "Pensavo chiudesse la questione oggi", le fa osservare lui. "No", è la sua risposta. "Ho bisogno di più tempo". 

- - -

Nel 2023, un giudice della corte penale di New Orleans dismette la causa King contro Jonah Rockwell e Frank O'Hare per insufficienza di prove su cui costruire il caso. Mentre un avvocato infervorato a cui Rebecca ha dato tutti i suoi risparmi chiede al giudice una rivalutazione in base a prove che mostrano a suo parere come Tariq King avesse sì una pistola, ma fosse stata estratta e piantata nella sua mano dopo la sua morte causata dell'esplosione di tredici proiettili d'ordinanza, Rebecca trattiene sua madre poco prima che possa arrivare a toccare i due agenti di polizia che sfilano verso l'uscita. Tyonda li insulta, e li insulta a gran voce - peggio, li maledice. Nessuno di loro due conosce l'ineluttabilità della maledizione di una mambo, ed è forse per questo che Frank O'Hare, pieno dell'arroganza degli impuniti, si volta verso di loro, le guarda e poggia la mano sulla spalla del suo collega, dichiarando ben udibilmente: "non mi aspettavo nient'altro". Rebecca King lo guarda allontanarsi inorridita, prostrata dal lutto e sconfitta da forze più grandi di lei.


- - -

Frank O'Hare non si aspettava altro. Nel 2024, Rebecca King rinuncia a dormire per permettere a un uomo che odia di potersi aspettare di meglio di ciò che ha potuto ottenere lei.

this can't be the place

E' una ragazzina spericolata che allarga le braccia e procede in bilico lungo il bordo di un tetto. Fa caldo e ha le braccia scoperte, i primi tatuaggi di ribellione già impressi sulla pelle, il primo livello di una storia che è destinata a stratificarsi sulla sua carne a getti d'inchiostro. I polsi ce li ha ancora liberi, nudi di nomi e catene. E' da sola e sta aspettando Thibeaux, che deve portarle il nuovo carico da distribuire per le strade (perché lo sanno tutti che i poliziotti maschi non possono perquisire le ragazzine), e intanto pensa al nuovo paio di scarpe da ginnastica che si comprerà con i soldi che le resteranno in tasca, e magari anche un ipod per sentirci la musica, e una cena completa in un ristorante tutto raffinato fuori da Magnolia, e anche un vestito tutto sberluccicante per entrarci, in quel ristorante. E' arrivata in anticipo per poter stare un po' sola e godersi il silenzio. A casa sua di silenzio non ce ne è mai, e non ce ne è mai per strada, o nei locali, o a scuola - quando si ricorda di andarci -. Dall'alto Magnolia sembra quasi tranquilla. Chiude gli occhi e si sporge in avanti, poi all'indietro. Non la lascerà mai, New Orleans. Nella sua testa, fuori da New Orleans non c'è assolutamente nulla. E' quello il suo posto, le sue quattro mura comode. Farà i soldi con Thibeaux e i suoi ragazzi, finché non la riterranno adatta ad affiancarli. Poi un giorno diventerà la nuova Thibeaux e andrà in giro con macchine modificate con impianti stereo rumorosi, e sarà invitata a tutti i funerali e tutti i matrimoni, e le lasceranno fare il brindisi prima del migliore amico dello sposo. E sarà la regina di Magnolia. Sua madre glielo mormorò la prima volta sulla fronte mentre tutto il quartiere veniva travolto dall'inondazione: questa casa al sicuro. Sarai al sicuro finché rimarrai in questa casa.
- - -

Dodici anni dopo, rientra nella sua bella casa nella Old City di Philadelphia, esausta dopo l'ennesimo litigio con suo fratello. La prima cosa che fa, ancora prima di liberarsi della pistola che porta sotto la giacca, è dar da mangiare al suo cane, Mags. La lascia tuffarsi nella ciotola e raggiunge il divano. Ci si lascia cadere sopra nella semioscurità, lasciando che gli occhi le si perdano nel camino spento ormai da due settimane ininterrotte, nonostante il freddo - lei non ha ancora imparato ad accenderlo -. Controlla per l'ennesima volta il cellulare e non vi trova messaggi. Si toglie la giacca, la pistola, la fondina. Si toglie le scarpe, la camicia e i pantaloni. Poggia tutto ordinatamente sulla poltrona, poi si stende sul divano, lentamente, con gli occhi rivolti verso l'alto. Fa un respiro profondo e lascia che ogni singolo pensiero che le abbia navigato in testa nell'ultimo mese si muova liberamente, fluisca nel corpo ed evapori nell'aria attraverso i pori della pelle.

La faccia sporca di Marshall Rankin e quella pallida di Pearl Quinns sono le prime che le vengono in mente. Si conta le nocche e smette di ripetersi che andrà tutto bene, che il Messico non è una missione suicida e che ne usciranno interi tutti quanti, nessuno escluso - si concede di non pensarlo e, anche se per pochi secondi, rinuncia alla fatica di crederci in maniera incondizionata, quasi dogmatica. Pensa al ragazzo spaurito che ha registrato come vigilante - Oracle, l'analista - e si ripete che se l'hanno voluto deve essere più in gamba della media, più intelligente della media, più in grado di aiutarli a rendere l'operazione meno rischiosa possibile. Si passa i pollici sulle costole, contandole sovrappensiero una a una. Pensa ad Abraham Murphy e trattiene il respiro, premendosi le ossa contro i polmoni nel tentativo di associare al pensiero una reazione fisica negativa. Se le Special Forces sono riuscite a insegnarle a non sentire il dolore, deve allora essere anche in grado di strapparsi dalla pancia la curiosità fisica, il prurito dietro la nuca. Pensa alle parole di Meyer, quando le ha detto che è questione di aver fiducia in ciò che si è costruito. Lei ce l'ha? Non ha mai avuto una casa così grande e così vuota. Si è sentita una stupida quando si è resa conto di non avere foto di sé e Lucas insieme, e adesso si impone di ingoiare il panico nella constatazione che, se gli accadesse qualcosa, non avrebbe nulla a testimonianza del fatto che Lucas Black è esistito, e che per un po' di tempo la sua vita e quella di Rebecca King si sono incrociate, si sono legate e modificate come due elementi complementari in una reazione chimica. 

Sono felice per voi, posso fare il paggetto? Si concentra su quello: su Hoover in abiti da paggetto. Ma riesce ad escludere selettivamente dalla memoria le sue parole più dure solo per poco, e alla fine la sua voce che ripete di non fidarsi le rimbomba nella testa insieme a tutte le altre. Non puoi farti entrare in casa qualcuno che se la fa con Wild. Dovresti iniziare a dormire con un occhio aperto. Alza gli occhi ai limitari delle pareti, là dove Lucas ha installato un sistema di sorveglianza e allarme. Ci sono sensori in tutta la casa. Sensori in tutta la casa registrano la sua solitudine e la malafede che ha offerto a Mihael McRush, un ragazzino che non le ha mai fatto un torto e che forse mai glielo farebbe, un ragazzino che le ricorda suo fratello più piccolo e che avanti di questo passo farà la stessa fine. La frustrazione le sale alla testa, le fa quasi male. Si preme i pugni sugli occhi come se le nocche dovessero scavare nel cranio. E' una vita che non chiama sua madre e forse dovrebbe. Mags, finita la sua cena, le si arrampica sulla pancia e dopo averle camminato addosso prova a leccarle la faccia. Rebecca si fa riscuotere dai propri pensieri un attimo prima di cadere nella spirale discendente con il nome di Andre King forgiato sopra.


home #3 - for a little while

1 gennaio 2024, New Orleans

Sulla soglia di casa, Tyonda King saluta sua figlia imponendosi di sorridere, nonostante il cuore minacci di scoppiarle nel petto. Alle sue spalle, sua madre Justine guarda severamente l'uomo bianco che sua nipote ha portato a casa. Ha la schiena dritta e le spalle allineate dei militari, combinate con un cipiglio ieratico da stregona. 
- Non le hai detto nulla.
- Non cambierebbe il corso degli eventi, mama.
- Dovrebbe rimanere qui.
- Lo sa. Ma non può. I morti la tormentano.
- I nostri morti la proteggono più di tutti i gris gris che possiamo donarle o le preghiere di salvezza che possiamo inciderle addosso.
- Ha bisogno di seguire la sua strada.
Justine scuote il capo e inspira a fondo, riempiendosi i polmoni di freddo.
- Dobbiamo parlare di tuo figlio.
- Di Andre?
- E' uscito tre mesi prima del suo tempo, Tyonda. Il giorno prima che uscisse hanno arrestato tutti i ragazzi dei Theroux. Sai cosa diranno.
Tyonda rimane in silenzio e osserva distratta la macchina che si allontana lungo la strada.
- Sai cosa accadrà -, insiste Justine.
- Lo manderemo via per un po', mama.
- Via da New Orleans?
- Chi è rimasto fuori della gente dei Theroux?
- Il figlio di Niquette Pascal ed entrambi i fratelli piccoli Sadine. 
- Lo manderemo via da New Orleans, solo per un po'. Per il tempo necessario.
Justine fissa il profilo di sua figlia per un lungo istante, poi annuisce. Non si dicono altro.

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18 Gennaio 2024, Philadelphia.
- Che vuol dire che ci lasci l'appartamento? -, chiede Andre sinceramente sorpreso. Rebecca rotea gli occhi al cielo.
- Checcazzo 'Dre, fatti due conti: voi siete quattro, io ho un monolocale con un letto doppio e un divano letto. Dove dovrei mettermi?
- Ti sei rincoglionita da quando hai iniziato ad avere due soldi in tasca? Per i ragazzini mettiamo i cuscini del divano per terra ed è fatta, che ci vuole. Mica si straniscono.
Garrika, passando, sgrana bene gli occhi e guarda suo marito con aria più che truce. Rebecca la rassicura con un cenno delicato della mano che riesce a muovere, facendola procedere.
- Va bene così, ho già spostato tutto.
- Dove?
- A casa di Lucas. 
- Del bianco?
- Sì, abbiamo deciso di vivere insieme.
- Col bianco. In una casetta a schiera dei sobborghi, magari.

Il sorriso molesto di lui si trasforma in una smorfia contrariata quando vede sua sorella guardare altrove, evadere la domanda.
- What the fuck, Bequette...
- Non chiamarmi Bequette. Per qualsiasi cosa comunque basta che mi chiamate e arrivo. L'affitto è pagato per i prossimi due mesi, per cui state tranquilli. Ti ho lasciato sul tavolo alcuni annunci di lavori part time per te e per Garrika, e le scuole per i ragazzini.
- Le scuole? Ma vanno a scuola a Magnolia...
- Sì 'Dre, cristo santo... non è che stanno in vacanza, devi mandarceli a scuola anche se resti solo un mese. E comunque ripasso domani per vedere come siete messi. Okay?
- Okay. Reba...
- Cosa?
- Sei sicura di questo Lucas?
- Perché, che ha che non ti piace?
Andre si produce in una smorfia malriuscita.
- Ha l'aria da sbirro. Sei sicura di conoscerlo così bene come credi, ah? 
Rebecca sorride piano, esausta. Sotto il cappotto, ha bendaggi che reggono insieme ferite ancora fresche.
- Sono abbastanza sicura, 'Dre. Ma grazie per esserti preoccupato. 

home #2 - we had a bet


Lucas fa la fila al bancone per prendere da bere, mentre una Rebecca già brilla, con il respiro accorciato dal movimento, si lascia cadere seduta su uno dei divanetti dello scantinato di Magnolia riadibito a locale per ballare. Roe le porge uno spinello da cui lei riesce a fare giusto un paio di tiri prima che anche Andre caschi accanto a lei, sfilandoglielo dalla mano. "Non dovresti..." prova a dirgli lei; "e tu sì?", la azzitta lui.

Sospira. Roe le bacia la tempia e Andre tira i capelli a Roe solo per darle fastidio e passare il braccio dietro le spalle della sorella. 
"Ci avevamo scommesso che un giorno c'avresti riportato un bianco a casa, sis'", dice lui, e da lontano guarda Lucas che non se la prende per la spallata che riceve da una donna ubriaca che gli passa davanti.
"Eh?"
"L'abbiamo considerato
- gli fa eco Roe - quando ti sei arruolata, ma pensavamo sarebbe stato intanto che stavi nell'esercito, non dopo averlo lasciato per andare nel culo delle Americhe."
"Philadelphia non è il culo delle Americhe."
"Non è neanche il centro
- replica Andre, sorridendo beota - e la buttafuori del cazzo potevi farla pure in Louisiana, no? Non abbiamo abbastanza locali di merda che incontrano i tuoi gusti, Bequé?"
"Non chiamarmi Bequé."
"Che poi è carino, eh. Educato...
 - sbadiglia Roe, protendendo un braccio dietro la nuca di Rebecca solo per sottrarre lo spinello alle dita di Andre - ha un bel culo."
"In cui qualcuno ha infilato un palo."
"Roe, non parlare del suo culo. 'Dre, ora piantala."
"Devi difenderlo? E' sensibile?"
, la prende in giro Andre.
Roe ride tra i denti, intossicata: "Dobbiamo riconvertire la scommessa su quanto durerà"
"Con o senza pal--"
"E' il sesso migliore che abbia fatto in vita mia e non vedo l'ora di uscire da qui così da potermelo trascinare in un vicolo e saltargli addosso mentre voi andate a prendere la macchina."
Roe sbatte le palpebre un paio di volte, mentre il volto di Andre si piega a rilento si un'espressione di terrificato disgusto. Rebecca sorride piano, solo adesso soddisfatta.

"Mi siete tanto mancati", commenta finalmente allegra, con un tono pieno di contraffatta frivolezza, mentre Lucas torna verso di lei con due bicchieri di ottimo Hennessy.

home #1 - did you hear the news?


Rohandra Mack - ma lei la chiama Roe - era la donna del fratello che ha tatuato sul polso sinistro, ma è stata Rebecca a presentarli per la prima volta, un decennio prima. E' una ragazza con ricci mori e disordinati, che la aspetta al Louis Armstrong New Orleans International Airport a braccia spalancate. Rebecca le salta in braccio e la insulta, Roe la piglia per le cosce e barcolla all'indietro, rischiando di cadere. Sei così fottutamente figa, le dice Roe, e Rebecca le  bacia la fronte prima di tornare con i piedi per terra (letteralmente). La sua quasi-sorella allunga lo sguardo alle sue spalle. Scruta Lucas da capo a piedi, storcendo un sorriso incredulo e pieno di divertitissimo sarcasmo. "Perché hai detto a tua madre che era nero? - le chiede, ridendo - pensi di dipingergli la faccia prima di arrivare?"

La macchina di Roe è vecchia, ma funzionante. A Lucas è spettato il posto davanti, mentre Rebecca fa le capriole sui sedili posteriori per cambiarsi d'abito. Dismette i jeans, la felpa, i capelli disordinati. Si pettina e si mette lacci e forcine tra i ricci stretti, tornati alla loro consistenza naturale, e poi tira fuori dalla valigia gli abiti stirati che ha portato per l'occasione. Intanto, Roe s'informa. Chiede a Lucas di quello che fa, di come si sono conosciuti. Lui ogni tanto lancia un'occhiata nello specchietto retrovisore, intercettando uno scorcio di pelle tatuata e un veleggiare di gonne ampie e maglioni scuri e accollati. Ripete quello che si sono promessi di raccontare a tutti. Lavorano insieme. Nel settore della sicurezza privata. Prima che possa indagare ulteriormente, Rebecca riacchiappa la conversazione.
- L'officina va bene?
- Cammina. Le macchine continuano a rompersi e io continuo a ripararle. Da quando il vecchio ha fatto quel casino alla mercedes di Augustin ho preso in mano io le cose.
- I gemelli stanno bene?
- Stanno bene, stanno bene... mi fanno dannare, cristosanto, non hanno nemmeno sei anni ma la testa dura del padre l'hanno ripresa entrambi.
- E gli altri ragazzini?
- Quella di Tariq e Tanika è piccola così...
- Ho visto solo le foto che mi hai mandato tu.
- Un sorcio con dei polmoni...
- Clement e Mathilde?
- Bene. Meglio, ora che il padre è uscito.
Rebecca si sta infilando le scarpe basse e discrete, ma drizza le orecchie come una volpe che ha appena fiutato un coccodrillo.
- No, esce a marzo.
- Usciva a marzo, ma l'hanno fatto uscire due settimane fa.
- Perché?
- Checcazzo ne so? 
Roe indaga l'espressione della quasi-sorella nello specchietto retrovisore. "Conoscerò tuo fratello?", chiede Lucas. 

Rebecca si strofina una mano sul viso, riemergendone con un sorriso storto e teso. "Sembra proprio di sì".

* * *

Ad aprire la porta è proprio Andre. Alto due metri, con spalle larghe e la tendenza ad ingobbirsi di tutte le persone costrette a guardare il mondo dall'alto verso il basso. Mette in fila trentadue denti candidi in un sorriso felice e furfante. Spalanca le braccia per stritolare sua sorella piccola, e mentre lo fa incocca lo sguardo su Lucas.
- I thought you said he was Black, Reba.
- I said his name was Black - geme Rebecca.
- Someone will have to tell granma -, ride lui.