in my cold arms


C'è una casa indipendente a due piani in un posto che si chiama Appleby Street, Old City, Philadelphia. Ha quattro mura solide e due insegne: una dice Walsh e l'altra dice Black/King, ma la seconda è provvisoria, scritta a pennarello, la prima invece è in ottone. Ha finestre alte e tende pesanti, le pareti candide non hanno mai visto scarabocchi di bambini o manate di adolescenti. C'è una casa a due piani al quarantatré di Appleby Street, in un quartiere pulito, ha anche un garage che un tempo era pieno di tutte le cose che Rebecca ha voluto metterci dentro (moto, macchine) e adesso, quando ci entra con una chiave che avrebbe dovuto restituire, c'è una casa a due piani che odora di polvere e di vuoto ancora prima che accenda la luce. Tasta con le dita l'intonaco finché non trova l'interruttore. La luce era così debole, quando se ne è andata? Cosa sarebbe mai potuto cambiare in due settimane?

C'è una bella casa adeguata alla media borghesia ad Appleby Street e Rebecca ci ha vissuto, per un po'. Ora che ci cammina dentro le sembra di nuovo estranea, come la prima volta in cui ci entrò. Ogni passo lo fa vicino alle pareti, cautamente, ogni cosa che incontra la tocca per ricordarne la consistenza. Con i polpastrelli traccia disegni nella polvere. Qui c'è il camino, qui il divano, qui il tavolo che non usavamo mai, qui la cucina. Qui il corrimano in legno di ciliegio, qui uno dei tre bagni, qui lo studio, qui la nostra camera da letto. Poggia la fronte sulla porta chiusa, bussa piano. Preme l'orecchio contro il legno senza sentire niente. Allora la spalanca, all'improvviso.

C'è una splendida casa ad Appleby Street, ha quattro mura solide, due insegne, una stanza da letto vuota. Rebecca accende la luce, indugia a guardare la finestra perché non vuole vedere cosa c'è sul letto, e dietro i denti prega di non trovare ciò che pensa ci troverà. Ruota il capo con uno strattone, poi lo ondeggia di lato perché è lì. Un letto matrimoniale rifatto in maniera ordinata, ma con i cuscini scoperti, e sulla federa bianca del suo una sigaretta.

C'è una casa ad Appleby Street ed è una casa come tante altre. A Rebecca viene da piangere. Dopo aver girato su se stessa come un cane in gabbia, si avvicina al letto come se fosse fatto d'aghi. Ci si siede sopra, si stende al posto di Lucas. Prende la sigaretta che le ha lasciato e se la infila tra le labbra. Con le mani che le tremano, se la accende anche, se ne riempie i polmoni mentre le sembra di affogare nelle lenzuola pulite. Ha il sapore spiacevole delle Alhamraa, e le si dissolve tra le dita proprio come le sigarette siriane.

C'era una casa ad Appleby Street e profumava di pulito e di legna riarsa, veniva riempita dopo anni in cui aveva sembrato solo costantemente svuotarsi. C'era una casa ad Appleby Street, una bella casa a due piani, e mesi dopo ci accompagnava Lucas Black dopo una lunga assenza che gliel'aveva restituito ferito, quasi morto. L'aveva aiutato a salire le scale, lentamente, e l'aveva steso sul loro letto. Lo aveva fatto spogliare e gli aveva cambiato tutte le fasciature e le bende con una pazienza per lei inusuale. Avrebbe voluto piangere per tutto il tempo, gli aveva chiesto di giurare cento volte che non sarebbe accaduto mai più, che avrebbe chiuso i conti con le Special Forces una volta per tutte. Basta esercito. Basta guerre. Lui aveva giurato. Una, due, tre, novantanove volte. Poi si era addormentato, ma prima di addormentarsi le aveva detto: se mi chiederanno di nuovo di partire, farò in modo di fartelo capire: non dovrai chiederti se sono partito, lo saprai. Ma hai giurato. 

C'è una casa ad Appleby Street e ora fa così male che Rebecca si addormenta con la sigaretta ancora accesa tra le dita sperando di non risvegliarsi. Alcuni pezzi di vita, ha detto a Levy, non andrebbero venduti, solo bruciati. 

* * *

I look at you all torn up
I left you waiting to bleed
I guess the truth works two ways
Maybe the truth's not what we need
[...]
But in my cold arms, you don't sleep
In my cold arms, you feel beat, 
In my cold arms 
You stay

the shape you made me


- E che cosa vuoi, Rebecca?
- Un angolo di vita che non sia un campo da battaglia.
* * *
Lo so che sei incazzato ma è passato un mese senza che ti facessi vivo e quando chiamo Garrika non mi fa parlare neanche con i ragazzini, mi sono rotta i coglioni di questa storia, di te e ti riparare i tuoi fottuti problemi senza ricevere niente in cambio, mi giri le spalle come se fossi l'ultima delle stronze e ora neanche Roe mi risponde. Ho fatto tutto per te 'Dre, ti ho dato soldi quando ne avevi bisogno e ho fatto molto più che darti soldi, e lo sai, e tutto ciò che riesce a venirti in testa dopo ventisei anni è questo fottuto risentimento del cazzo nato perché ho lasciato Magnolia, perché ho provato a fare qualcosa di meglio con la mia vita e ci sono riuscita. Aveva ragione Jamal quando diceva che siete un buco nero, che la nostra famiglia risucchia tutto e ci toglie la possibilità di fare cose, di diventare qualcuno, perché per qualche motivo non andare in galera a diciott'anni e non girare con una pistola nei pantaloni e non spacciare né farsi come degli stronzi è un tradimento di quella bella lealtà che ti sei pure tatuato sul collo. Lealtà di cosa? Lealtà a chi se io sono tua sorella e conosco solo la tua schiena? Funziona che dobbiamo stare vicini solo quando la nostra vita va a puttane? Vai all'inferno. Andateci tutti, uno per uno, voi e la vostra mentalità del ghetto del cazzo, io ne sono uscita, e mi ci sono voluti otto anni ma ora basta. Vuoi essere lasciato in pace, vuoi che i tuoi figli si scordino di me? Bene, racconta a tutti che sono io il nemico, raccontalo a Roe che quella ci crede anche e vent'anni che la conosco non hanno contato nulla, sembra, dillo a Garrika e a Tanika e ai tuoi figli e ditelo ai figli di Jamal e a quello di Tariq, dillo a nostri vicini di casa, dillo a nostra madre. Non me ne importa più niente, non sono io che dovrei nascondermi. Ma tu. Sei tu che non hai fatto niente di te, solo dei figli di cui non ti sai prendere cura e che deludi ogni giorno. Continua a bere, a bucarti, continua a gettarti nel cesso, non è più un mio problema. La prossima volta che ci rivedremo sarà al tuo funerale, ormai a New Orleans ci tornerò solo per i morti e il prossimo sei tu.
* * *

Bruciami la pelle spanna a spanna, hai palmi bollenti e gli errori hanno l'abitudine di rimodellarmi la pelle come se fosse di creta morbida. All'improvviso abito un corpo che non conosco e ogni mattina mi passo le dita sulla bocca, sul naso e sulle sopracciglia per controllare di avere ancora la stessa faccia con cui mi sono addormentata. Trasformami in carbone e poi soffiami tra i capelli per ravvivarmi e vedere se ci sono ancora rami buoni da ardere, ma fallo con discrezione, dimenticatelo non appena il fumo si alza e si spande e io mi perdo nell'aria dov'ero prima torna ad essere un luogo freddo.

Rompimi le ossa, non serve un manuale per farlo. Basta prendere la mira e colpire forte, e poi continuare a battere per scoprire in quanti modi diversi riesco a spezzarmi finché rimane niente a sostenere questi muscoli che ho addestrato alla lotta per anni, perché solo quelli ho potuto trasformare, mentre le ossa mi sono rimaste quelle di mia madre. Si sgretolano senza fatica, se vuoi puoi limarle per vedere se sento dolore, e se ce la fai puoi prenderti quello che proteggono. Trasformale in polvere, oppure ridisegna la struttura del mio scheletro, mettile in ordine come pensi sia meglio, come credi che abbiano più senso per te, per l'aspetto che pensi debba avere una cassa toracica, per come deve legarsi una spina dorsale. Se ne esco paralizzata puoi dire che è stata colpa mia dall'inizio, io non risponderò niente e tu saprai di avere ragione.

Asciugami il sangue: non mi serve, tutto ciò che fa è tradirmi. Lascia che un macellaio ti insegni il modo esatto per drenarmelo dalle vene e poi sii abbastanza paziente da sederti e guardarmi mentre lo raccolgo in bottiglie di vetro, e poi scrivi sull'etichetta a chi apparteneva: non sono più io, sono già un'altra e con i polsi asciutti non ho più niente a legarmi al posto dove sono nata, al destino dei miei fratelli o ai riti di mia madre e di mia nonna. Dissanguami, fallo per liberarmi - le mie arterie scendono nella terra come radici e non c'è modo di reciderle se pulsano di chi ero prima, quindi falle stare zitte, non voglio più questi nodi.

Tagliami tutti i capelli e regalami una crema che mi schiarisca la pelle, vestiti adeguati a coprirmi i tatuaggi e le cicatrici, un coltello per cavarmi entrambi gli occhi - sono vecchi e usati, incrostati di sporco, abili a vedere solo ciò che vedevano dieci anni fa e io non li voglio. Regalameli nuovi, lucidati, magari azzurri. Me li spingerò nelle orbite e batterò le palpebre tre volte, alla quarta il mondo sarà già nuovo. Lavami con la varechina e avvolgimi nella plastica, ora sono pronta. Ci sono, sono come mi hai voluto. Come mi hai fatta.

* * *
- [...] Ogni volta che mi tolgo la divisa sono esausta.
- Smetti di indossarla, se ti uccide in questo modo.
- No. Mai.

it's time for you to go


Quando bussa alla sua porta, Michael le apre. E' convinta fino all'ultimo momento di star facendo uno sbaglio, ma i piedi le rimangono comunque incollati di fronte l'uscio, e poi oltre, attraverso l'ingresso e poi nel soggiorno. Dovresti tornare a casa tua, dice lui, perché? deve chiedergli lei, ma ha già un paio di idee in mente. Perché sei stanca e turbata e ubriaca. Rebecca sorride piano. Non sono così ubriaca, ed è vero, non lo è. Cosa pensavi di me quando ero nelle Special Forces? Lui è a casa sua ma non sa dove mettersi. Rimane in piedi di fronte a lei, sul divano. Pensavo che eri un soldato molto bravo. Lei scuote il capo, e poi cos'altro? 
Pensavo che le persone come te mi facevano paura, che eri pericolosa. E lei: perché? Perché a quelli come voi l'esercito ha insegnato a svuotare la testa di tutto l'inessenziale e nell'inessenziale lasciavi andare anche l'essenziale, il motivo per cui eravamo lì. E poi per Osley, dopo che ho saputo di Fayyad, e ho visto i video, e ho scoperto che erano state istruzioni tue, la tua mano, il tuo target. Lei risponde: Salim non era il mio target. Salim era un ragazzo. Me lo ricordo, risponde lui, e alla fine le si va a sedere accanto.
Ci sto provando, dice lei pianissimo, come in una preghiera. Sto provando a fare il tuo ruolo. E' un ruolo ingrato, e solo, e mi sta bruciando tutti i ponti. Non ho più niente di mio, non un angolo, il lavoro ha ingoiato ogni cosa. Michael sorride e le bacia la fronte. Lei gli bacia la bocca, lui esita ma alla fine non si allontana. Sospira ad occhi chiusi. Dovresti tornare a casa tua, ripete. Me ne andrò se me lo chiederai tre volte, e sei già a due. Michael scuote il capo: quello che cerchi non è mai stato qui, soldato King, le prende le mani per fermarle, gliele chiude tra i suoi due palmi. Solo compagnia, promette lei, e lui scuote di nuovo la testa, redenzione, la redenzione non è mai stata qui, non sono io a poterti perdonare. Rebecca oscilla il capo pigramente, impaziente: io arrivo fin qui, non so andare oltre Michael, questa è la versione migliore di me. La versione migliore di me è un'isola, una zattera in una tempesta, la versione migliore di me ha il venti percento del corpo ustionato e la pelle fatta d'aghi. Si baciano di nuovo, si cercano, si ritrovano finché Michael prende un respiro profondo, prende un respiro doloroso e addolorato e preme la fronte contro la sua, e dice piano sei stanca, turbata e ubriaca. Ne parleremo domani, ne parleremo bene. Rebecca vorrebbe tappargli la bocca, ma alla fine glielo lascia dire per la terza volta: dovresti tornare a casa tua. Sfiata una risata esausta dalle labbra e si rimette in piedi, di inietta le mani nei capelli, si riallaccia il giacchetto. Sì, si dovrei. E' l'ultima cosa che gli dice, poi imbocca la porta. In ascensore pensa di chiamare sua madre, ma si rende conto che è troppo tardi. E' troppo tardi per chiamare chiunque.

- - -

Marshall Rankin le dice: è un peccato, mi ci stavo affezionando a te. Lo guarda andare via, pensa di doversi abituare a vedergli solo la schiena. Pensa ancora, a ogni cosa, alla rapidità con cui le ha voltato le spalle e pensa che tutto sommato non ci ha creduto mai, nemmeno per un secondo. O forse per quel secondo soltanto, ma quanto può valere? A niente, si risponde. Non vale proprio a niente.



What if I said I would break your heart?
What if I said I have problems that made me mean?
What if I knew I would just rip your mind apart
Would you let me out?
Maybe you can stop before you start
Maybe you can see that I just may be too crazy to love
If I told you solitude fits me like a glove
Would you let me out?

You ought to know where I'm coming from
How I was alone when I burned my home
And all of the pieces were torn and thrown
You should know where I'm coming from

What if I said I was just too young?
What if I said I was built on bricks of carelessness and crumbs
What if I said I'd be gone before I could come
Would you let me out?

Your sought out ways
My own, my own
But you turn me away from my low blows
Boy, you should've known.

you can't turn your back on me

Odia Jacob Livingstone da ben prima di vederlo, da ben prima di conoscerlo. E' un odio fazioso che sente nella pancia, e che diventa viscerale non appena si rende conto che gli creerà problemi, che dovrà passare sotto attento scrutinio ogni singola azione fatta dai suoi uomini. Non lo vuole fare: la convinzione con cui crede che non abbiano fatto errori è cocente, totale, quasi obnubilante. Dopo la deposizione di Hoover non dice nulla, ma quando lui esce dalla stanza lei si rilassa sulla poltrona con la sicurezza arrogante di chi non ha nulla da temere, di chi ha già deciso come andrà a finire. Quando lascia parlare Livingstone sta già pensando che le sue moine non serviranno a niente, che da quell'indagine non otterrà nulla di ciò che desidera, perché è un criminale e non se lo merita, non si merita di essere difeso dalla Legge su cui ha sputato sopra, su cui i suoi amici in maschera sputano sopra tutti i giorni: si meritano, tutti loro, di conoscere solo il braccio duro di quella Legge, non lo scudo. La punizione e non la tutela.


E' una formalità, lo pensa fin quasi alla fine. Lo pensa durante tutto l'interrogatorio di Jamie, e quando spegne la telecamera ha già determinato che tutto si chiuderà come è iniziato: con un nulla di fatto. Proteggere i suoi è il suo compito e tutelare la compattezza del gruppo e la fiducia dei suoi uomini nei suoi confronti è più importante di qualsiasi pretesa portata avanti da un avanzo di galera, nessuno si aspetterebbe nient'altro da lei. Nessuno dovrebbe. 

Poi Jamie esplode. Lo fa perché è ferito e preoccupato, e non dall'indagine - Rebecca lo sa. Parla del sacrificio di tutti loro, parla del suo sacrificio e dichiara di essere stato ferito e umiliato da chi lotta per difendere. Parla di legge fallibile e lei gli chiede di non voltare le spalle all'Agenzia. Quando lui dice che sa di essere nel giusto, di non essere nato per sbagliare, la spina dorsale di Rebecca viene percorsa lentamente da una colata gelida di terrore. Si sente disorientata, senza bussola. All'improvviso non si riconosce - una sensazione nota che, prima d'ora, non ha mai percepito con così tanta violenza. Le fa l'effetto di una botta in testa ben assestata, di un salto al centro di un mare in tempesta, senza bussola e senza salvagente.

Invece di tornare a casa, risale nel suo ufficio. Chiama il suo assistente e gli chiede di riprendere tutti i fascicoli riguardanti l'indagine. "Pensavo chiudesse la questione oggi", le fa osservare lui. "No", è la sua risposta. "Ho bisogno di più tempo". 

- - -

Nel 2023, un giudice della corte penale di New Orleans dismette la causa King contro Jonah Rockwell e Frank O'Hare per insufficienza di prove su cui costruire il caso. Mentre un avvocato infervorato a cui Rebecca ha dato tutti i suoi risparmi chiede al giudice una rivalutazione in base a prove che mostrano a suo parere come Tariq King avesse sì una pistola, ma fosse stata estratta e piantata nella sua mano dopo la sua morte causata dell'esplosione di tredici proiettili d'ordinanza, Rebecca trattiene sua madre poco prima che possa arrivare a toccare i due agenti di polizia che sfilano verso l'uscita. Tyonda li insulta, e li insulta a gran voce - peggio, li maledice. Nessuno di loro due conosce l'ineluttabilità della maledizione di una mambo, ed è forse per questo che Frank O'Hare, pieno dell'arroganza degli impuniti, si volta verso di loro, le guarda e poggia la mano sulla spalla del suo collega, dichiarando ben udibilmente: "non mi aspettavo nient'altro". Rebecca King lo guarda allontanarsi inorridita, prostrata dal lutto e sconfitta da forze più grandi di lei.


- - -

Frank O'Hare non si aspettava altro. Nel 2024, Rebecca King rinuncia a dormire per permettere a un uomo che odia di potersi aspettare di meglio di ciò che ha potuto ottenere lei.

lionheart

Alle quattro del mattino Rebecca King guida una jeep nera col motore potente, le strade sono sgombre, quasi sgombre, forse sgombre. Scivola in autostrada anche se non deve andare da nessuna parte, rilassa il busto contro lo schienale del sedile e alza il volume della radio. Si sistema nella carreggiata centrale, poi inizia a premere l'acceleratore, puntando ad arrivare in fondo. Prende un respiro profondo, uno solo. Stringe le mani ustionate attorno al volante, poi rilassa le dita. Chiude gli occhi, oltre le palpebre intuisce solo il riflesso dei fari che divorano l'asfalto un pezzo alla volta. Solleva i palmi, lo fa molto lentamente, finché tra lei e il volante non c'è più contatto, nessun contatto tra lo sguardo e ciò che avviene oltre il parabrezza. Conta in punta di labbra.
Uno, c'era il battito di un cuore sotto il pavimento e il pavimento ero io. Ho aspettato che non ci fosse nessuno in casa e poi ho divelto me stessa un pezzo alla volta, e ogni angolo di buio che scoperchiavo mi terrorizzava ma sono andata avanti lo stesso perché ho imparato questo, anni fa: a non mentirmi. 
Due, Tara mi diceva che merito molto meglio di me stessa e che questa cosa deve cambiare, quando mi hanno preso nelle Forze Speciali pensavo fosse cambiata. Sono anche andata a dirglielo col petto gonfio, e lei mi ha detto complimenti anche se era un orgoglio stupido e lo è stato poi, più tardi, mi ha fatto fare cose avventate e mi fa fare cose avventate anche oggi. 
Tre, non lo so cosa mi è successo nella testa per cui mi sento qualcuno solo quando rischio tutto, quando mi faccio male, quanto mi sparano o quando salto da un grattacielo, quando non so come atterrerò. Non c'è colpa nel voler sentire qualcosa di diverso dall'assenza, dal vuoto, dal sapore della ruggine. Non c'è colpa nel decidere che la legge è preferibile al caos e alla giustizia privata anche quando è imperfetta e non c'è colpa nello sparare ai criminali: è il nostro lavoro. Sono tornata qui per questo, per un lavoro senza ombre, con linee precise dentro cui muoversi e io ho fatto questo, ho camminato dentro le linee, l'ho fatto sempre, a volte l'ho fatto troppo. Forse ho sbagliato quello. Forse avrei dovuto preoccuparmi più dei risultati, questa gente non sarà mai felice finché non ci vedrà al tracollo.  
Quattro, quando dico che sono la direttrice dell'SCF Philadelphia la gente fa un passo indietro e mi dà del lei. Non volevo questo, non l'ho chiesto, mi è stato offerto e ho detto di sì perché così avrei potuto mandare più soldi a casa e perché ho pensato che se avessi avuto l'attenzione di tutta la città addosso sarei stata più rigorosa, più attenta a non sbagliare, e lo sono stata. Questo non riguarda il mio lavoro. Niente di tutto questo riguarda il mio lavoro. Riguarda solo un ragazzino che pensa di avere dei diritti su di me dopo avermi vista tre volte, e riguarda un uomo che si è pentito di quello che ha fatto, forse, ma l'ha fatto con me, non l'ho fatto da sola. Posso gestirlo, non è grave. Non lo è, non è grave, devo solo rimettere le cose al loro posto, in riga. Niente di tutto questo è grave. 
Cinque, c'era il battito di un cuore sotto il pavimento e il cuore era il mio. Ci sono dei fari dopo i tuoi. Apri gli occhi, adesso.
Solleva le palpebre e sbatte le mani contro il volante, vi si aggrappa, sterza lateralmente evitando di travolgere un'utilitaria sulla sua strada. I polsi le tremano, ma recupera il controllo della jeep. Decelera gradualmente, mentre il cuore le batte così forte da minacciare di esploderle nel petto. L'adrenalina le ribalta le viscere e il cervello. Rebecca King sa che la sua vita domani sarà diversa da ieri, di nuovo, che sta per cambiare casa, di nuovo. Il pensiero le riempie gli occhi di lacrime. Allora ride, ad alta voce, ride a polmoni pieni e a singhiozzi incontrollati. Ride per ricordarsi come si fa, per rimpararlo. Non c'è vergogna nel superarsi e andare avanti, nello scoprirsi di nuovo sola. Rebecca fucking King ha una maratona davanti a sé.



I'm going in for the kill
Doing it for a thrill
And now I'm hoping you'll understand
And don’t let go of my hand 

extraordinary things


"E l'unica cosa che a lei veramente dà fastidio è che ci possono essere, là fuori, persone che non hanno passato la vita in un monastero d'addestramento e che riescono comunque a fare cose straordinarie."
 Rebecca King entra nelle Special Forces prima dei vent'anni. Ha già fatto il suo tempo nell'esercito e si è distinta per i suoi punteggi. La prima cosa che i Green Berets le chiedono di fare non è però combattere, ma studiare. La mettono di fronte ai libri, la costringono a imparare l'arabo in maniera dignitosa e a pensare prima di agire. Prendono un cane irrequieto e gli chiedono di suonare il pianoforte. E quello lo fa. Rebecca lo fa. Impara, assorbe, si costringe ad essere la versione migliore di se stessa. Per dimostrare che può farlo. Che il suo passato non è il suo destino.

Anni dopo Michael Green bussa alla sua porta con due militari che le piantano un paio di manette attorno ai polsi. Lei si agita come quella creatura irrequieta che è state, e mentre la portano via cerca Michael con gli occhi. Lui le dice che andrà tutto bene. Lei gli chiede: che hai fatto? Poi lo urla: cosa hai fatto, Michael? Altri due membri del suo gruppo vengono trascinati via con lei. Tenuti in celle separate, non comunicanti. Ce li lasciano ventiquattro ore prima di farli uscire. In quelle ventiquattro ore, Rebecca sente nelle viscere che c'entra Osley, in qualche modo. Ma ancora non ha rimorsi, o sensi di colpa. Si sente solo tradita. Ma si sente nel giusto. 

Si sente nel giusto perché pensa di essere esattamente questo: eccezionale. Capace di cose straordinarie, anzi: nata per cose straordinarie, e per questo autorizzata a perseguire gli obiettivi che le vengono assegnati con tutti i mezzi a disposizione. Le ci vorranno mesi per capire che violare leggi internazionali non la rende migliore. La rende sono una criminale. Se l'è ripetuta davanti a uno specchio: criminale. Ci si è chiamata mentre si toccava la faccia e si chiedeva se era questo l'aspetto di una criminale. Mentre si asciugava i capelli. Mentre si lavava i denti. Mentre indossava la divisa.

Quando l'hanno promossa a Direttrice e le hanno detto che è la più giovane incaricata di tutta la costa orientale, l'ha sentito di nuovo: quel senso di eccezionalità. La pretesa di essere destinata a cose straordinarie. E' riuscita a spaventarsi da sola. Si è chiusa in un bagno per vomitare, e quando ha avuto un weekend libero ha dormito per due giorni di fila, sperando che le coperte del letto potessero nasconderla. Tanto Lucas non c'era. Non poteva vedere.

Lucas non sa. Quando torna a casa alle quattro del mattino con l'odore di margarita addosso, non le fa domande. Prova ad abbracciarla, ma lei gli sfugge sollevando le braccia fasciate, usando quelle come scusa. Lui non prova a chiederle cosa è successo: sa già che lei non può dirglielo, e non potrà dirglielo finché non rientrerà in servizio. Questione di pochi giorni. Poche settimane, al più - Rebecca lo osserva dormire e si chiede se, senza il lavoro condiviso, potrebbero resistere. Si sistema al lato, come se al centro del letto ci fosse un solco. Due placche che il terremoto allontana. E poi Lucas non sa. Lei si consola dicendosi che non ha voluto sapere. Di Osley, certo, né di quello che ha fatto per 'Dre, di cosa conserva il letto del Mississippi. Se lo sapesse, lo perderebbe. Se sapessero, non ci sarebbe pozzo sufficientemente profondo in cui gettarsi per non farsi raggiungere dal loro disappunto. 
"Se non te lo chiedo, è perché hai ventisei anni e sei arrivata all'apice della tua carriera. E non ho alcun diritto di sapere perché fai quello che fai."
Da adesso in poi si può solo cadere. Rebecca spalanca le braccia ustionate per stare in equilibrio. Se lui non ha fatto la domanda, lei ha comunque pensato alla risposta. Perché è lì? Il fuoco le ha sciolto la pelle e con la pelle i tatuaggi. I nomi dei morti. Le scaramanzie dei vivi. Tariq e Jamal li ha tatuati 'Dre sui suoi polsi, e lei li ha tatuati a lui. Adesso che sta facendo le valigie per portare la sua famiglia il più lontano possibile da lei, Rebecca si chiede se non li dimenticherà tutti. E se loro non dimenticheranno lei.


When I was a child, I heard voices
Some would sing and some would scream
You soon find you have few choices
I learned the voices died with me

When I was a child, I'd sit for hours
Staring into open flame
Something in it had a power,
Could barely tear my eyes away

All you have is your fire.
And the place you need to reach -
Don't you ever tame your demons
But always keep 'em on a leash

When I was 16, my senses fooled me
Thought gasoline was on my clothes
I knew that something would always rule me
I knew the scent was mine alone

When I was a man I thought it ended
When I knew love's perfect ache
But my peace has always depended
On all the ashes in my wake.

I thought so


Quando esce dalla base è l'una di notte passata. Nei vari minuti che l'ascensore impiega a passare dall'ultimo piano a piano terra ripensa alla giornata: a cosa indossavano Iris e Marcus quando si sono sposati e a come deve essere avere amori così antichi, che abbattono a pugni i muri della storia e riescono a ritrovarsi decenni più tardi. Pensa alla conferenza stampa. A come avrebbe dovuto dire di meno e a quanto avesse da dire di più. Ha rifiutato di sentire i commentatori televisivi, e si è chiusa nel suo ufficio a sbrigare del lavoro arretrato per dare il tempo ai giornalisti appostati fuori dal Building di disperdersi. E l'hanno fatto. L'atrio è tranquillo. Prima di uscire si allaccia il cappotto e manda un messaggio a Philip per ricordargli di comprare e mandare a nome suo un regalo ai nuovi sposi. Così, quando esce dall'edificio, è troppo distratta per rendersi conto di chi la stia aspettando. Alza lo sguardo solo mancano pochi metri a raggiungere il marciapiede opposto.

Andre è lì. Tiene la schiena poggiata contro il muro e ha gli occhi iniettati di sangue e stanchezza, infossati in un viso che un tempo era stato furfante, ma benevolmente in salute. Ha promesso a Garrika che si sarebbe occupata di lui, ma è riuscita anche a vederlo poco. Forse l'ha evitato senza rendersene conto. Ma non ha difficoltà a riconoscere il motivo per cui è lì. Rebecca distende le braccia lungo i fianchi e sospira a fondo, già arresa ancora prima di iniziare a lottare.
- Bella sistemazione che ti hanno dato, per essere una che "lavora nella sicurezza privata", mh? E noi tutti a pensare che facessi la buttafuori in qualche locale di pallemosce. E invece. Ma' lo sa?
- Sì.
- Aahn. Certo che lo sa. E Roe? Rohandra lo sa?
- No. Roe non lo sa.
- Cioè mi stai dicendo - Andre si stacca dal muro e barcolla verso di lei, alzando una mano come a chiedere al tempo di rallentare e non appesantirgli il cervello - che forse non era il caso di dire alla donna di Jamal, che l'ha ammazzato un vigilante di merda senza che avesse fatto un cazzo, che eri diventata uno sbirro di merda che ci lavora, con i vigilantes?
- Era non registrato. Quello che... era non registrato.
- Non lo sappiamo. Non l'abbiamo mai saputo. Ma abbiamo saputo bene chi ha piantato quarantuno pezzi di piombo addosso a Tariq. E sappiamo che è successo a Batiste, lui te lo ricordi?
- Questa è un'agenzia federale. E' diversa.
- Cazzate. Sono tutti uguali. Tu lo sai. Pensavi che non lo scoprivo? Che potevi continuare a...
Andre rischia di inciampare sulla sua rabbia stando fermo sul posto. Rebecca sporge le braccia in avanti per aiutarlo, lui agita una mano per tenerla lontana.
- ... a portare a spasso i miei figli e a fargli i regali con i tuoi soldi sporchi del cazzo e a tenerci come dei cani dentro una... no, no. Torniamo a New Orleans.
- New Orleans non è sicura per te, adesso.
- New Orleans è l'unico posto sicuro. E' tutto il resto... tutto il resto è una merda. E tu.
- Chiudi la bocca. Non me lo merito. Ho fatto tutto per te. Qualsiasi cosa mi hai chiesto.
- Qualsiasi?
- Lo sai.
- Allora fai questo: molla questo posto di merda.
- Hai bisogno di aiuto.
- Torna con noi a New Orleans e rinizia da lì. Da Magnolia. O non è abbastanza?
- Hai bisogno di disintossicarti e io posso aiutarti, trovarti una clinica. Ascoltami.
- Noi non siamo abbastanza, Bequette? 
- Garrika è preoccupata. I tuoi figli sono preoccupati, se solo mi permettessi di...
- Come immaginavo.
Di fronte al Force Building, Rebecca non si azzarda a correre dietro a suo fratello, farne una scena. Invece, congelata, non può fare altro che guardarne la schiena incerta mentre si allontana. Lei no. Lei rimane ben inchiodata dove sta.